Il CPR a Castel Volturno? Una scelta che tradisce l’umanità

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di Arturo Formola

Aprire un Centro di permanenza per il rimpatrio a Castel Volturno significa ignorare la storia, la fragilità e la complessità sociale di un territorio che da decenni porta sulle spalle il peso dell’abbandono istituzionale. La costruzione di un nuovo CPR in quel territorio è una scelta che tradisce l’umanità, perché trasforma un luogo già segnato da marginalità e sfruttamento in un simbolo di esclusione e detenzione amministrativa. Castel Volturno non deve essere un vuoto da riempire con ciò che altrove non si vuole. È una comunità ferita ma viva, attraversata da storie di migrazioni, lavoro sommerso, solidarietà spontanea e contraddizioni profonde. Inserire un CPR in quel contesto significa aggiungere ulteriore pressione a un territorio che avrebbe bisogno di investimenti sociali, presidi educativi, politiche abitative e percorsi di legalità condivisa. Nei giorni scorsi mons Pietro Lagnese, arcivescovo di Capua e vescovo di Caserta, è intervenuto con un proprio messaggio ritenendo tale operazione ‹‹un’offesa per il territorio del Litorale Domitio, molte volte mortificato a causa di scelte politiche sconsiderate […]. Gli ultimi dati ufficiali del Tavolo Asilo e Immigrazione (Tai), aggiornati a dicembre 2025, dicono che la capienza effettivamente disponibile su 10 CPR presenti sul territorio nazionale è di 672 posti, mentre le presenze effettive sono pari a 546 persone. Perché allora aprire, con dispendio di denaro pubblico (oltre 43 milioni di euro), un nuovo CPR, quando quelli esistenti ospitano un numero inferiore a quello consentito? E perché aprirlo proprio a Castel Volturno, una città che da anni prova, grazie all’impegno di tanti, a sperimentarsi come laboratorio d’integrazione, riscattando un’immagine che la dipinge luogo di degrado sociale e ambientale?››[1].

Le parole del vescovo Lagnese colpiscono perché mettono a nudo una contraddizione evidente: mentre i dati ufficiali mostrano che i CPR esistenti non sono utilizzati del tutto, si decide comunque di aprirne uno nuovo proprio in un territorio fragile come Castel Volturno, che da anni tenta un percorso di riscatto sociale e integrazione. Contrariamente a quanto affermato da mons Lagnese, un parlamentare casertano della Lega in merito alla costruzione del nuovo CPR dice che il suo partito ‹‹ha votato questo nuovo decreto sicurezza con convinzione per contrastare la criminalità minorile, per punire più severamente puscher, borseggiatori e chi ruba nelle nostre case e, soprattutto, dare un freno all’immigrazione irregolare con rimpatri volontari veloci e certi. […]. In quest’ottica, il CPR che verrà realizzato a Castel Volturno da Invitalia è per noi un ulteriore strumento di sicurezza in Campania perché servirà ad allontanare dalla strada gli irregolari che non hanno diritto a stare nella nostra regione e nel nostro Paese e su cui pende già una procedura di espulsione. Forse la sinistra preferisce farli muovere liberamente nelle nostre città, ma non noi››[2]. Le parole del parlamentare della Lega non si limitano a difendere un provvedimento, intendono costruire un racconto in cui chiunque osi ricordare che gli immigrati sono essere umani diventa automaticamente un nemico politico. Seguendo questa logica distorta, anche il vescovo Lagnese dovrebbe essere accusato di essere ostaggio della sinistra. Eppure, le sue parole non hanno nulla di ideologico: sono il richiamo elementare di un uomo e di un cristiano che non accetta che la persona venga ridotta a un problema di ordine pubblico. Se questo basta per essere etichettati come avversari politici, allora significa che il dibattito è scivolato talmente in basso da non tollerare nemmeno la voce della coscienza. L’idea che un CPR sia uno strumento di sicurezza perché toglie dalla strada gli irregolari rivela una visione che non guarda alle persone, ma alle categorie. È più facile palare di irregolari che di uomini, donne e famiglie. È più comodo evocare la minaccia che affrontare la realtà. In realtà, l’unica vera ideologia è quella che riduce tutto a un nemico da additare. Ed è proprio questa semplificazione aggressiva che impoverisce il discorso pubblico e impedisce di affrontare seriamente i problemi. Perché se anche la difesa della dignità umana diventa un atto di militanza, allora non resta più spazio per la responsabilità. Quando si parla dei Centri per i Rimpatri, si rischia spesso di considerarli un prodotto recente, legato alle ultime emergenze o agli ultimi governi. In realtà la detenzione amministrativa dei cittadini stranieri – cioè la possibilità di privare della libertà persone che non hanno commesso reati, ma solo violato norme amministrative – è il risultato di un processo iniziato quasi trent’anni fa. Questa storia non è lineare, è una somma di passaggi, ciascuno dei quali ha aggiunto un tassello, un irrigidimento, un’estensione dei tempi di trattenimento, un cambio di nome che però non ha mai cambiato la sostanza. Il primo governo Prodi(maggio 1996-ottobre 1998), seppure con fatica, riuscì, nel mese di marzo 1998, a varare una riforma sull’immigrazione con la legge n.40/1998, nota anche come legge “Turco-Napolitano”. Livia Turco era impegnata negli affari sociali e Giorgio Napolitano era responsabile del Ministero dell’Interno. La legge n.40/1998 era imperniata su tre pilasti: la programmazione dei flussi regolari sulla base delle esigenze del mercato occupazionale italiano e di una rinnovata collaborazione con i Paesi di origine; l’integrazione in un’ottica interculturale degli immigrati regolari; l’attivazione di percorsi efficaci di integrazione degli immigrati regolari superando le discriminazioni; il contrasto dei flussi irregolari e dei trafficanti di manodopera. Da parte del mondo sociale vi furono critiche alla legge n.40 per l’istituzione dei Centri di permanenza temporanea, equiparati a una detenzione impropria e gestite militarmente dove vengono calpestati i diritti degli “ospiti”. Con il governo di centrodestra (2001-2006) guidato da Silvio Berlusconi, la maggioranza parlamentare modificò restrittivamente il Testo Unico sull’Immigrazione. Il primo consistente ridimensionamento della normativa si ebbe con la legge 289/2002, nota come legge “Bossi-Fini”, dal nome di due suoi promotori, rispettivamente segretari della Lega Nord e di Alleanza Nazionale. Così scriveva il prof Sergio Tanzarella, già venti anni fa alla luce della prima applicazione della legge Bossi-Fini: ‹‹Dall’istituzione dei Centri di permanenza temporanea in attesa di espulsione, vere e proprie strutture precarie con condizioni di vita subumane, all’aver legato il permesso di soggiorno al possesso di un contratto di lavoro il modello segregativo è identico. […]. Se ormai si è costretti ad accettare i meccanismi del mercato del lavoro che guidano i movimenti migratori, rendendo inevitabile il pur indesiderato fenomeno, allora ci si organizza per impermeabilizzare la società. Si pretende che gli immigrati si comportino come se non esistessero e ci si illude di renderli invisibili ignorandone la presenza e i diritti, o concedendone una quantità limitata e funzionale esclusivamente al loro contributo al prodotto interno lordo, meglio se offerto attraverso le condizioni del lavoro para-schiavistico››[3].

Lo stesso Raffaele Nogaro, vescovo emerito di Caserta, morto il 6 gennaio scorso, in un suo messaggio in occasione della marcia del 24 maggio 2025 a Caserta, in un contesto di forte mobilitazione con l’obiettivo da parte dei manifestanti di chiedere meno armi e maggiori investimenti in sanità, lavoro e diritti, protestando anche contro la politica dei CPR, scriveva: ‹‹Sono addolorato e sdegnato per le parole volgari, piene di falsità e dissacranti che i nostri politici costruiscono nei confronti degli immigrati. Parole che contribuiscono a fare esaltare e moltiplicare un razzismo che oggi è un’emergenza strutturale di incalcolabile gravità. […]. L’Italia chiude i porti e dispone i campi di sterminio per i migranti in Libia e in Albania. Non possiamo né tacere, né restare indifferenti, né diventare complici di questa antiumanità. […]. Chiedo alla Chiesa italiana di non farsi estranea, di non lasciarsi catturare da calcoli umani e di non fermarsi a valutare ciò che è opportuno e ciò che non lo è››[4].

Il messaggio di Nogaro è una denuncia limpida e senza sconti alla disumanizzazione che attraversa oggi il dibattito pubblico sulle migrazioni. La sua indignazione non è retorica: è la reazione morale di chi vede come parole volgari e menzognere alimentino un razzismo ormai strutturale. Quando richiama i campi di sterminio in Libia e Albania, ma anche quelli italiani, ci ricorda che l’indifferenza di tanti diventa complicità. La sua richiesta alla Chiesa è altrettanto netta, cioè di non rifugiarsi nella prudenza, non lasciarsi paralizzare dal calcolo, ma esporsi. Perché la fede, per Nogaro, si misura solo in un punto: stare dalla parte delle vite ferite. Occorre, sempre per Nogaro, un’azione diretta di accoglienza che apra le chiese, i conventi, i monasteri, dovunque si presenti l’urgenza del pronto soccorso. In definitiva, il CPR di Castel Volturno non rappresenta una soluzione, ma il sintomo di un fallimento politico più ampio: l’incapacità di immaginare strumenti di governo delle migrazioni che non siano fondati sulla detenzione e sull’emergenza permanente. Eppure, le alternative esistono, sono praticabili e già sperimentate: l’accoglienza diffusa nei comuni, i percorsi di formazione linguistica e lavorativa, la mediazione culturale nei servizi pubblici, gli sportelli legali che riducono l’irregolarità, le reti territoriali tra istituzioni e società civile. Sono politiche che costruiscono sicurezza vera, perché generano integrazione, autonomia e partecipazione. Continuare a investire nei CPR significa scegliere la paura; investire in queste misure significa scegliere la responsabilità. Se la politica vuole davvero un territorio più giusto e più vivibile, deve abbandonare la logica dei centri di detenzione e puntare su ciò che funziona: l’inclusione come infrastruttura sociale, non come concessione. Solo così Castel Volturno potrà smettere di essere il laboratorio dell’esclusione e diventare, finalmente, un luogo di futuro.


[1] Cpr a Castel Volturno: mons. Lagnose (Capua e Caserta), “le nostre Chiese difenderanno con forza il rispetto della dignità di ogni essere umano” – AgenSIR https://share.google/dqACMqLK0I6YQI3E5 [ultimo accesso: 25 aprile ore 17:42].

[2] Cpr a Castel Volturno, Zinzi (Lega): “La sinistra vuole irregolari che delinquono in strada, noi città sicure” – Il Tempo https://share.google/SZNJyfkb12u99iGrK [ultimo accesso: 25 aprile ore 18:14].

[3] S. tanzarella, Immigrazione e integrazione, in Rivista di Teologia Morale 34, 2004,47.

[4] R. nogaro, Messaggio alla manifestazione “Siamo Umani – Pace, Diritti, Beni Comuni”, Caserta, 24 maggio 2025.