di Palmiero Valentino, Fra Fedele Mattera, ofm.
Dal 03 al 09 maggio 2026, si è tenuta la quarta edizione del Festival Laudato si’, promossa dalla Diocesi di Caserta, unita a quella di Capua, in persona episcopi di Sua Eccellenza Pietro Lagnese, presso l’ex Macrico di Caserta, confermandosi come un appuntamento centrale per il territorio e capace di unire riflessione, partecipazione e impegno sui temi della sostenibilità e cura del creato, ispirati dall’Enciclica Laudato sii di Papa Francesco.
Già il 29 aprile 2022 l’ex Macrico venne intitolato da Campo di Marte a Campo della Pace: davanti ai tanti scenari di guerra a livello mondiale, era necessario mandare un messaggio di Pace. Nel maggio 2023, invitando i cittadini e i circoli Laudato sii della Campania, il Vescovo, ispirandosi alla Lettera Enciclica del Papa, ne cambiò nuovamente il nome in Campo Laudato sii. Proprio dal 2023, annualmente, si tiene in quel luogo un Festival aperto alla cittadinanza e alla società civile, organizzato e animato dalle realtà ecclesiali diocesane, per sensibilizzare le coscienze e promuovere azioni sulla necessità di tutelare e curare la Terra.
Anche quest’anno, tra l’altro nell’Ottavo centenario del transito di San Francesco d’Assisi, il messaggio di sensibilizzazione e responsabilità davanti ai tanti problemi ambientali e sociali è risultato forte e necessario. In particolare, sabato 09 maggio 2026, ultimo giorno del Festival, che ha visto la presenza di diversi stand provenienti dalle due diocesi, forte è stata la riflessione di Fra Fedele Mattera, dei frati minori del Convento Santa Maria delle Grazie in Santa Maria Capua Vetere. Fra Fedele è dottore in teologia pastorale, con tesi Accompagnamento pastorale dei familiari delle vittime innocenti di mafia e ha conseguito il diploma di perfezionamento in giustizia riparativa, presso la facoltà di sociologia della Federico II.
Fra Fedele ha portato al Festival una rilettura in napoletano, sua lingua dialettale nativa, del Cantico delle Creature di Francesco, offrendo non solo elementi storici, ma anche degli spunti di riflessione, suddividendo lo stesso Cantico in tre parti e lasciando per ognuna di essa un simbolo significativo.
Il Cantico delle creature nasce in un momento molto particolare della vita di Francesco. Stava vivendo un periodo di grande sofferenza e di buio interiore: le cose non andavano bene, non si sentiva compreso dai suoi fratelli e aveva persino dovuto rinunciare, mentre era ancora in vita, alla guida dell’ordine. Probabilmente si sentiva poco compreso anche dalle monache clarisse.
Infatti, dopo essere tornato dall’Egitto (1219), negli anni precedenti alla sua morte, Francesco promosse una vera e propria predicazione itinerante tra l’Umbria e le Marche, servendo Dio e gli uomini. In particolare, al ritorno dalla Verna, dove aveva ricevute le stimmate (17 settembre 1224), Francesco, che ormai peggiorava nella sua oftalmia (infiammazione agli occhi), eredità del suo viaggio in Egitto, si raccolse nella sua afflizione, in corpo e in spirito, e accetta di soggiornare per qualche tempo presso il monastero delle clarisse di San Damiano, dove Santa Chiara e le sorelle monache si prendevano cura di lui[1].
Proprio accanto al monastero, c’era una capanna di paglia, dove Francesco giaceva nella sua malattia in un letto, in compagnia di grossi topi, che correvano sulle pareti della capanna, la infestavano, si nutrivano delle sue povere carni e gli impedivano sonno e preghiera. È un vero e proprio tormento non solo interiore, ma anche fisico, quasi a ricordargli quanto egli ormai fosse «suddito e sottomesso a tutti gli uomini che sono nel mondo, e soltanto ai soli uomini, ma anche a tutte le bestie e le fiere, così che possano fare di lui quello che vogliono, per quanto sarà loro concesso dall’alto dal Signore»[2]. Ma in questa disperazione, riusciva sempre a rivolgersi a Dio e chiedergli assistenza, grazie anche alle cure di Chiara e delle sorelle, che gli facevano sentire quella mano amorevole di Dio stesso. Solo in questo modo, Francesco poté acquistare nel proprio spirito sicurezza, gioia e certezza che al termine di quella prova ci sarebbe stato il Paradiso[3].
Superato il momento di crisi e di angoscia e ritrovata una leggera serenità, in una mattina fredda della primavera del 1225, Francesco scrisse e cantò a Dio la bellezza del creato, chiamandolo «Altissimo, Onnipotente, bon Signore». Il Cantico delle Creature quindi è un inno di vera lode, scritto nella lingua del popolo, a quella buona creazione di Dio, non quella abusata e distrutta dall’uomo, ma quella dalla quale l’uomo impara a prendersi cura e a riconoscere l’impronta del Creatore:
Signore onniputente, buono,
ca staie ‘ncielo,
cchiù ncoppa ‘e tutte quante,
a te vanno ‘e laude, ‘a gròlia, l’annore
e ogne benedizione.
Sulo tu, Signore mio, t’ ‘e miérete,
nun ce stanno uòmmene digne ‘e te ‘nnummenà.
Laude a te, Signore mio,
co’ tutte ‘e criature toie,
spicialmente ‘o frate sole,
ca è ‘a luce d’ ‘o juorno
e co’ isso tu ce allumme a nuie.
Chillo è bello e lucente co’ nu granne sbrannóre:
testimonio, Signore, d’ ‘a putenza toia.
Laude a te, Signore mio,
p’ ‘a sora luna e p’ ‘e stelle:
tu l’hê criate ‘ncielo chiare, sfarzuse e belle.
Laude a te, Signore mio,
pe’ frate viento
e pe’ ll’aria, ‘ntruvulata o lìmpeta,
o ‘e qualunque ato tiempo,
pecché accussì tu sustiene
‘e criature toie.
Laude a te, Signore mio,
p’ ‘a sòra acqua
ca è assaie ùtele e ùmmele,
prezziusa e sincera.Laude a te, Signore mio,
pe’ frate fuoco,
co’ isso nce daje lumèra int’ ‘a nuttata,
e po’ è bello, pazzariello, ardito e forte.
Laude a te, Signore mio,
p’ ‘a sora nosta, ‘a terra,
ca comme a ‘na mamma ce fa magnà,
ce mantène, e porta deverze frutte
co’ sciure culurate e èvera.
Lasciando il primo segno, così Fra Fedele riflette:
Il primo segno è la luce. Francesco, infatti, a un certo punto si sente accompagnato da una luce nuova la capacità di riconoscere la bellezza che lo circonda. Finalmente si scopre davvero amato, perché attraverso le creature riesce, poco alla volta, a risalire al Creatore. Si sente amato e, allo stesso tempo, trova nella natura degli amici e dei maestri di vita.
Per esempio, quando vuole capire che cosa sia l’umiltà, si ferma davanti all’acqua. L’acqua gli appare umile, utile, preziosa e casta. È umile perché scende sempre verso il basso; può essere agitata e travolta dagli eventi della vita, ma alla fine ritrova sempre il suo equilibrio. È preziosa perché non pretende di essere indispensabile: semplicemente serve, dona vita ed è utile a tutti.
Quando invece vuole imparare la gioia e la leggerezza, Francesco guarda il fuoco. In napoletano diremmo che il fuoco è pazziariello, cioè giocoso. Il fuoco è libero, non resta legato alle cose della terra e della vita. I suoi zampilli sembrano liberi di esistere e anche di svanire, e questa libertà riempie il cuore di Francesco di allegria.
Così, per Francesco, ogni elemento della natura diventa un maestro di vita.
La seconda parte del Cantico delle creature è scritta quando Francesco seppe che c’era tanta tensione ad Assisi tra due personaggi, il podestà e il Vescovo Guido: il vescovo aveva scomunicato il podestà, il podestà boicottò il Vescovo in modo che nessuno potesse comprare o vendere con la guida spirituale. Francesco allora invitò i suoi frati a riunirsi davanti alla piazza del Vescovato e a cantare, parlando del perdono e dell’amore. Infatti, per l’occasione, Francesco aveva fatto aggiungere altri quattro versi al suo Cantico[4]:
Laude a te, Signore mio,
pe’ chille ca perdonano p’ ammore tuio
e se sceruppano malatie e patemiente.
Viate chille ca ‘e suppurtarranno ‘npace
ca da te, Signore mio, sarranno ‘ncurunate.
Da quel momento le ire del podestà e del Vescovo caddero, il podestà si inginocchiò davanti al Vescovo, riuscendo a perdonare, il vescovo lo rialzò e lo abbraccio con amore, confessando che come uomo era tendente all’ira ma come vescovo doveva praticare l’umiltà cristiana[5].
Lasciando il secondo segno, Fra Fedele così riflette:
Il perdono permette di tornare vivi. Lo testimonia la storia di Lucia Montanino, una donna che ha perso il marito per mano di un altro uomo. Col tempo ha avuto modo di conoscere il ragazzo che aveva commesso quell’omicidio. Pensava di trovarsi davanti un mostro; invece si è trovata davanti un ragazzo di appena diciassette anni, fragile, quasi smarrito, che le è crollato tra le braccia. In quell’istante è emerso in lei un istinto materno: si è chinata su di lui e lo ha abbracciato, come una madre abbraccia un figlio ferito. È lo stesso orizzonte che si ritrova nella testimonianza di perdono tra Agnese Moro e Rita Algranati Faranda, nata dalla tragedia dell’uccisione di Aldo Moro: una storia di pacificazione che mostra come il perdono, prima ancora di essere un dono per gli altri, sia un dono che facciamo a noi stessi.
C’è un’espressione tipica ascoltata sul porto di Ischia. Quando il traghetto sta per partire, il comandante grida al mozzo: “Sciogli la cima!”. Solo allora la nave può prendere il largo. Ma la cima deve essere libera dai nodi, altrimenti la nave resta ferma.
Anche la nostra vita, a volte, rimane bloccata da nodi interiori: ferite ricevute, colpe commesse, parole che fanno male, rancori che continuano a stringere il cuore. Ognuno porta dentro di sé qualche ferita. Ma se non si scioglie la cima, la nave non parte. Il perdono è proprio questo: il coraggio di sciogliere i nodi per poter riprendere il cammino.
Al Monastero di Santa Chiara a Napoli c’è una rappresentazione della bocca dell’inferno. Tra i personaggi raffigurati compaiono l’ipocrisia, con una corona del rosario in mano e una testa vuota come una zucca, e l’odio, con il cuore strappato e gli occhi pieni di sangue. L’odio, infatti, toglie la vista: impedisce di riconoscere la bellezza e l’incanto che ci circondano.
Per questo san Francesco insegna che, se vogliamo conoscere davvero la bellezza, dobbiamo prima guarire lo sguardo del cuore. E lo sguardo si guarisce imparando ad amare, a perdonare, a sciogliere i nodi che ci tengono fermi, per poter finalmente andare avanti.
L’ultima parte del Cantico viene scritta e cantata quando arriva il momento di abbracciare sorella morte: Francesco è il santo che morì cantando. Infatti, dopo aver fatto cantare per tanto tempo quei versi ai suoi frati e compagni, sul punto di morte chiamò in particolare frate Angelo e frate Leone per farsi cantare ancora una volta la sua Laude. E quando giunsero, cantando e piangendo, alla fine di quei versi, Francesco volle aggiungere gli ultimi versi alla sua opera[6]:
Laude a te, Signore mio,
p’ ‘a sora nosta, ‘a morte carnale,
da chella nisciuno ca è vivo pò fuì.
Guaie a chille ca murarranno
cu ‘e peccate murtale;
viate chille ca truvarranno ‘a morte
facenno ‘a vuluntà toia,
accussì ‘a siconda morte nun ‘e farrà male.
Laudate e benedicite ‘o Signore mio,
l’avite ringrazià e servì cu granne umertà.
Lasciando il terzo segno, così Fra Fedele riflette:
Il terzo segno è la clessidra. La clessidra ci ricorda che il tempo non ci appartiene e ci insegna ad essere liberi di vivere davvero. Un esempio è don Tonino Bello, che ha scritto pagine meravigliose e compiuto gesti straordinari, ma solo negli ultimi anni della sua vita, quando si ritrovò tra le mani il referto della malattia e comprese di avere poco tempo davanti a sé e trovò una forza ancora più grande, che lo portò a fare cose quasi impossibili, arrivando, per esempio, persino a fermare, anche se solo per poche ore, la guerra di Sarajevo.
Quando comprendiamo che il tempo è limitato, la vita cambia sapore e si comincia a gustarla fino in fondo, riconoscendone il valore autentico. Quando invece ci illudiamo di essere eterni, rischiamo di perdere il rispetto per le cose, per le persone, persino per la vita stessa.
La vita, in fondo, è un prestito. E un prestito, prima o poi, va restituito a chi verrà dopo di noi. Per questo siamo chiamati a lasciare il mondo più bello di come lo abbiamo trovato: perché non è qualcosa che possediamo davvero, ma qualcosa che abbiamo ricevuto in custodia e che dobbiamo restituire meglio di come lo abbiamo ricevuto.
Francesco, profondamente colpito dalla bellezza della sua poesia e della sua musica, non volle che la Laude restasse un’esperienza privata. Per questo la affidò ai suoi compagni, in particolare a Fra Pacifico, il «re dei versi», inviandoli nel mondo come «giullari di Dio» affinché quel canto diventasse la voce di un intero popolo unito nella letizia[7].
Il passaggio dalla parola scritta al canto corale ricorda l’antico potere della tofa, la conchiglia dei marinai, che assume un significato profondo:
questo è un oggetto preziosissimo che può salvare la vita con il suono, ma che apparentemente sembra povero, vuoto, quasi segnato dalla morte. Eppure proprio quel vuoto, quando viene attraversato dal soffio dello spirito, dalla ruah biblica (che significa insieme vento, respiro e spirito), si trasforma proprio in voce di salvezza. Il suo suono richiama alla vita, raduna le persone e diventa annuncio di festa. Così la conchiglia, da spazio apparentemente morto, si fa luogo di accoglienza e rifugio, una casa aperta a tutti, dove ciascuno può sentirsi amato e riconoscersi fratello degli altri.
[1] Cfr. A. Vauchez, Francesco d’Assisi, Einaudi, Torino 2010, 139.
[2] Francesco d’Assisi, Saluto alle virtù, 16, in Fonti Francescane, Editrici Francescane, Padova 2011, n. 258.
[3] Cfr. L. Salvatorelli, Vita di San Francesco d’Assisi, Laterza, Bari 1926, 234-235; M. Fusarelli, Francesco d’Assisi. Una vita inquieta, BUR Rizzoli, Rescaldina 2024, 233-234.
[4] Cfr. L. Salvatorelli, Vita di San Francesco d’Assisi, 234-236.
[5] Cfr. Ibidem, 237.
[6] Cfr. L. Salvatorelli, Vita di San Francesco d’Assisi, 241.
[7] Cfr. Ibidem 234-235; M. Fusarelli, Francesco d’Assisi. Una vita inquieta, 234.
