di Valentino Palmiero
Prima di parlare di dialogo interreligioso, bisogna dare una definizione al termine dialogo. Cosa è il dialogo?
«Chi ha in mano armi le deponga! Chi ha il potere di scatenare guerre, scelga la pace! Non una pace perseguita con la forza, ma con il dialogo! Non con la volontà di dominare l’altro, ma di incontrarlo!» (Leone XIV, Messaggio «Urbi et Orbe», 5 aprile 2026)
Queste sono le parole pronunciate da Papa Leone XIV nel suo messaggio di Pasqua: davanti ad un mondo insanguinato dalla guerra, dall’indifferenza e dalla violenza di ogni genere, che porta alla morte di migliaia di persone, il Pontefice auspica ad un cambiamento in cui vengono aperte porte di dialogo.
L’epoca attuale del 2026 è segnata, in diverse aree del mondo, da un grande disordine internazionale, a causa dei vari conflitti. Secondo l’Uppsala Conflict Data Program, alla fine del 2025 si sono registrati più di cento conflitti armati, e, tra i più noti del momento, oltre a quello in Ucraina, che ormai è entrato nel suo quarto anno, tra il febbraio e il marzo 2026, una nuova tensione si è registrata in Medio Oriente tra USA-Israele ed Iran, portando alla chiusura dello Stretto di Hormuz, con conseguenze gravi per le risorse energetiche globali.
Di per sé, il conflitto esiste anche in natura ed è al centro delle dinamiche fisiche, chimiche e biologiche. Ma ciò che dovrebbe distinguere un essere umano dalla natura è proprio il dialogo, come risposta al conflitto e come processo culturale che supera quella famosa legge del più forte. Il dialogo dovrebbe essere quella risorsa che permette lo sviluppo dell’umanità, sia per la singola persona che per la sua globalità: davanti alla cultura dello scarto, della regressione e del conflitto, dove il dialogo viene svuotato del suo significato per fare spazio all’aggressività e alla sopraffazione, c’è bisogno di istituzioni che creino spazi di dialogo, garantendo protezione alla dignità umana e una comune visione di pace e comprensione reciproca tra gli uomini.
Già nel 2019, con l’incontro di Abu Dhabi tra Papa Francesco e il Grande Imam d’Egitto e il Documento sulla Fratellanza umana da loro firmato, è stato sottolineato come ogni uomo, cristiano, musulmano o semplicemente uomo di buona volontà, deve sentire la necessità e responsabilità del bene comune di tutta l’umanità, allontanandosi dalla presunzione di porsi al posto di Dio e stabilire quindi chi deve vivere e chi morire. Davanti a questo pericolo della guerra, della distruzione e dell’odio, l’unica via di uscita promossa dai due Capi religiosi è il dialogo, che parte già dalle piccole relazioni nel segno del rispetto: c’è bisogno di meno scontro tra le civiltà e più cultura del dialogo, come mezzo di cooperazione e forma di condanna della violenza e del terrorismo. Il dialogo permette di guardare l’altro non come nemico, ma come una risorsa e un beneficio per la società intera.
Soprattutto davanti a questi scenari di certo non positivi dell’oggi, il dialogo deve portare alla costruzione dell’unità e della fratellanza degli uomini, deve aiutare l’uomo a voler incontrare l’altro, a cercare punti di contatto, per riscoprire e promuovere quei valori di pace, giustizia, bene e convivenza comune, promossi già 800 anni fa dal Serafico Padre Francesco e dal Sultano Malik Al Kamil, e poter quindi progettare qualcosa per il bene dell’umanità intera.
Oggi risulta difficile avere dialogo, a causa anche di nuove tecnologie e dei social, che ci permettono certo di sentirci vicini e avere una conversazione anche con chi si trova dall’altra parte del mondo, ma non permettono di creare relazione. E su questo aspetto molto forti erano le parole di Papa Francesco, in un incontro con i giovani in Grecia nel 2021:
Vuoi ringiovanire? Non accontentarti di pubblicare qualche post o qualche tweet. Non accontentarti di incontri virtuali, cerca quelli reali, soprattutto con chi ha bisogno di te: non cercare la visibilità, ma gli invisibili. Questo è originale, rivoluzionario. Uscire da sé stesso per incontrare l’altro. Ma se tu vivi prigioniero in te stesso, mai incontrerai l’altro, mai saprai cosa è servire. Servire è il gesto più bello, più grande di una persona: servire gli altri. Tanti oggi sono molto social ma poco sociali: chiusi in sé stessi, prigionieri del cellulare che tengono in mano. Ma sullo schermo manca l’altro, mancano i suoi occhi, il suo respiro, le sue mani. Lo schermo facilmente diventa uno specchio, dove credi di stare di fronte al mondo, ma in realtà sei solo, in un mondo virtuale pieno di apparenze, di foto truccate per sembrare sempre belli e in forma. Che bello invece stare con gli altri, scoprire la novità dell’altro! Interloquire con l’altro, coltivare la mistica dell’insieme, la gioia di condividere, l’ardore di servire!
Certo, costa fatica uscire dalle proprie comfort zone, è più facile stare seduti sul divano davanti alla tv. Ma è roba vecchia, non è da giovani. Ma guarda: un giovane sul divano, che cosa vecchia! Da giovani è reagire: quando ci si sente soli, aprirsi; quando viene la tentazione di chiudersi, cercare gli altri, allenarsi in questa “ginnastica dell’anima”. (Francesco, «Discorso del Santo Padre per il Viaggio Apostolico in Grecia», 6 dicembre 2021)
Dal punto di vista etimologico, dialogo deriva da due forme greche, dia-logos e dua-logos. Dia-logos era utilizzato per indicare quel rapporto tra il maestro e il discepolo. Dua-logos indica molto di più: è l’incontro reciproco di idee, esperienze, pensieri, culture diverse in cui non c’è un fare una proiezione di sé sull’altro o porre dei limiti all’altro, ma creare una dimensione relazionale, fatta di rispetto, autenticità, avvicinamento, conoscenza reciproca e arricchimento. Il dialogo è un processo dinamico e reciproco di amore, in cui si riconosce la coscienza dell’altro, senza distruggerne la soggettività e l’individualità.
Il dialogo quindi orienta alla dimensione relazionale. Tale dimensione è fondata sul Logos, sul Verbo incarnato di Dio, che fin dal principio ha creato ogni cosa ed è diventato un mediatore tra l’io dell’uomo e il Tu di Dio. Da questa relazione con Dio si costruisce la relazione tra gli uomini, dove c’è un io che entra in relazione con un tu per diventare un noi.
Per un buon dialogo, gli ostacoli non mancano ed è quello che spesso è capitato all’interno della Storia della Chiesa. Ostacoli, come la presunzione di far emergere se stessi attraverso anche lunghi e noiosi monologhi, uso impreciso di parole che possono essere fraintese, l’ansia di voler raggiungere la conclusione del discorso o il voler per forza trasmettere qualcosa, un atteggiamento di pregiudizio pur di difendere la propria posizione, atteggiamento di imporre la propria idea eliminando la possibilità di far esprimere l’altro.
Ma questi ostacoli possono essere superati attraverso tre strumenti precisi. Il primo è il linguaggio: il linguaggio permette la comunicazione e non si tratta solo di quello verbale, ma di tutto ciò di cui l’uomo si serve per potersi esprimere.
Poi c’è il silenzio: davanti ad un linguaggio che può essere frainteso, inquinato da idee sbagliate e da pregiudizi, provocando spesso anche divisioni, c’è bisogno di silenzio, che permette all’uomo di porsi davanti ai rumori del mondo e riuscire a discernere il vero messaggio che proviene dal suo interlocutore, permettendo così dialogo, relazione e reciprocità.
Pertanto il silenzio, apre ad un terzo strumento, cioè l’ascolto, che è un atteggiamento biblico e anche divino: è lo stesso Dio che si pone in ascolto del suo popolo. L’ascolto però è lontano dal classico significato del sentire, con cui si lascia “sfogare” l’altro. Ascoltare significa, in primis, entrare nella propria interiorità e mettersi in discussione e mettere in discussione i propri pregiudizi e le proprie certezze, per aprirsi totalmente all’altro.
Anche all’interno della Chiesa si parla di dialogo, ma su cui la stessa Chiesa per molti secoli, e prima del Concilio Vaticano II, ha fatto fatica ad aprirsi verso chi si professa non cattolico e non cristiano. Quando si parla di dialogo nella Chiesa, bisogna distingue due termini interreligioso ed ecumenico, che si sentono oggi solo in occasione della Settimana di preghiera di unità per i cristiani.
Il dialogo ecumenico è quel desiderio e cammino della Chiesa di voler ricostruire quel rapporto con le altre confessioni cristiane, quell’unità che tende a mancare da secoli a causa di colpe da entrambe le parti. La storia ci insegna che la Chiesa è stata colpita dallo Scisma d’Oriente del 1054, che ha visto la Chiesa dividersi in Occidentale e Orientale, i due grandi polmoni della cristianità che avrebbe detto Giovanni Paolo II, ma a cui soltanto nel 1965 Paolo VI e il Patriarca Atenagora I hanno rimediato con la fine delle scomuniche. Oltre allo Scisma d’Oriente c’è stato quello d’Occidente nel 1517 con la riforma protestante portata da Lutero. Ma come rispondere a queste divisioni? Partendo solo da ciò che ci accomuna: oggi circa 710 milioni di cattolici, 260 milioni di protestanti e 130 milioni di ortodossi condividono la stessa fede in Cristo, l’annuncio dello stesso Vangelo, lo stesso Battesimo, con l’obiettivo, un giorno, di superare ancora di più queste relazioni tese, fatte di pregiudizi, incomprensioni e odio per tendere a quell’unità desiderata da Cristo nell’ultima cena.
Fare dialogo interreligioso è ancora più difficile, perché non ci sono elementi in comune che ci possono avvicinare. Prima del Concilio vigeva il principio Extra Ecclesiam nulla salus, cioè al di fuori della Chiesa non c’è salvezza, ma un’interpretazione sbagliata di ciò che affermava San Cipriano di Cartagine, il quale invece affermava Salus extra Ecclesiam non est, cioè il battesimo che era dato dagli eretici e quindi la salvezza di Cristo perdono di valore se officiati lontano dalla comunione e dalla fede professata dalla Chiesa. Invece, la Chiesa interpretando male questo assioma di Cipriano, riserverà solo per sé la salvezza di Cristo.
Il Concilio Vaticano II ribalterà questo assioma e con la Lumen Gentium la Chiesa comprenderà che: «al di fuori del suo organismo si trovino parecchi elementi di santificazione e di verità, che, appartenendo propriamente per dono di Dio alla Chiesa di Cristo, spingono verso l’unità cattolica». Questo significa, come affermerebbe anche San Giustino Martire, che il mondo è abitato dai semina verba, cioè quei semi del Verbo anche in coloro che non hanno ancora ricevuto il Vangelo, ma che parlano e agiscono secondo il Vangelo e possiedono valori ed elementi positivi conformi alla parola di Cristo, magari anche senza saperlo. Pertanto attraverso anche i vari testi sacri che sono fonti di arricchimento reciproco, l’obiettivo del dialogo interreligioso è scoprire come il Sacro, il Divino si sia manifestato in diversi modi nelle varie culture e religioni.
Per parlare di dialogo interreligioso, c’è un elemento in comune: ricordarsi che abbiamo tutti la stessa origine, quindi il fatto che siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio che ci rende tutti fratelli. Già l’antico popolo d’Israele riconosceva Dio come suo Padre, ma con Gesù e la sua Parola, che diventa tramite per poter entrare in relazione con Dio, lo stesso Dio diventa Padre di tutti i popoli. Per cui l’essere fratelli e sorelle va al di là del vincolo di sangue, visto che Cristo porta alla salvezza tutti, senza discriminazione o differenza tra gli uomini. Questo è quello che compresero Pietro e Paolo nell’incontro di Gerusalemme: Dio non fa differenza tra giudei o pagani, ma la sua parola è universale (Cfr. At 15,5-12).
Dall’esperienza apostolica, si deduce che ogni uomo, qualsiasi sia il suo credo, appartiene ad un’unica famiglia umana. Questo lo aveva capito già, poco meno di ottocento anni fa e circa una cinquantina di anni dopo Francesco, Raimondo Lullo (1232-1315), un cavaliere e un funzionario politico di Maiorca, che, come Francesco, colpito dalle visioni di un crocifisso, il 4 ottobre 1263, decise di vendere ogni cosa, riservando il necessario per la propria famiglia, e lasciare casa, senza tornarci. Raimondo, come Francesco, ottenne l’onere di vestirsi con abiti umili e dedicare tutta la sua vita nel servizio a Cristo, anche a costo del martirio, impegnandosi in particolare nelle missioni, evangelizzazione e dialogo con i musulmani del Mediterraneo. Proprio Raimondo affermava che «Gli infedeli sono uomini come noi e della nostra stessa natura umana», cioè ammetteva l’uguaglianza degli uomini, creature di un solo Dio, che porta in sé tutti quegli attributi che le tre religioni monoteistiche gli attribuiscono (bontà, grandezza, sapienza, amore, giustizia, perfezione, ecc.), ma che vuole la conversione degli uomini e non la loro distruzione. E il suo modo di fare dialogo non era partire dalle varie diffamazioni della dottrina o della morale islamica, ma Raimondo si forma, conosce con l’aiuto di uno schiavo e poi dialoga.
Dopo gli Apostoli, non sempre c’è stata apertura verso chi non è cristiano. C’è stato chi come Giustino ha ammesso la presenza dei semina verba, e chi come Tertulliano, altro Padre della Chiesa, riteneva immorale il culto verso le divinità.
Dal Medioevo in poi, quando iniziano le missioni, inizierà la pratica dell’inculturazione. Il primo fu Papa Gregorio Magno, che, con una missiva ai missionari dei popoli angli, chiedeva di non distruggere quegli elementi di culto, ma di adattarli e consacrarli a Dio. Altro esempio di inculturazione è stato quello portato dai gesuiti nel 1600, in particolare si ricordano le figure di Roberto dei Nobili, Padre Matteo Ricci o San Francesco Saverio, che recandosi in Asia, non rigettarono i rituali o addirittura gli abiti del posto, ma cercarono di tradurli secondo la fede cristiana.
Una forma particolare di missione è stata quella portata da Francesco d’Assisi. Ci troviamo nel 1219, periodo di Crociate, cioè in quel periodo in cui Cristiani e musulmani si combattevano per il possesso della Terra Santa e molti cristiani, che vedevano in Gerusalemme come luogo che unisce cielo e terra, partivano, con buone intenzioni, per ridare pace a quei luoghi e spodestare i musulmani, ritenuti i figli del male.
Nel 1219, anche Francesco si imbarcò, perché prima voleva dare testimonianza ai suoi frati, mettendosi in cammino anche con il rischio del martirio, e poi voleva recarsi in quei luoghi non per scontrarsi ma per incontrare quel popolo. Francesco era pronto a perdere se stesso pur di portare un annuncio a quelli che erano ritenuti degli infedeli.
Durante la tregua della quinta crociata, una volta arrivato a Damietta, Francesco ottenne il consenso forzato di Pelagio, cardinale della spedizione che riteneva quella missione pericolosa e di cui non voleva prendersene le responsabilità, e, accompagnato da frate Illuminato, si diresse verso l’accampamento nemico, dove, avendo la difficoltà della lingua, fece comprendere che il suo solo desiderio fosse quello di incontrare il Sultano Malik al-Kamil. Francesco si aspettava torture, era pronto anche a passare per l’ordalia, cioè il passaggio per il fuoco ardente pur di dimostrare la bontà della sua fede, ma fu accolto dal Sultano, che era contrario a generare contrasti interreligiosi ed era curioso di ascoltare quell’uomo semplice e povero, che si trovava ora davanti ad uno degli uomini più ricco e potente del mondo.
I due stettero insieme alcuni giorni: Francesco si presentò come un inviato di Dio e iniziò a parlare loro proprio del Dio cristiano, incuriosendo chi lo ascoltava attraverso la sua forza e la sua convinzione, al punto che lo stesso Sultano doveva chiedere aiuto ai suoi sapienti religiosi per verificare la grandezza di quel racconto e cercare di mettere alla prova la fede e la sapienza di Francesco. Non fu un dialogo diplomatico o politico, ma religioso: Francesco testimoniava la propria fede in Dio, ma non attaccò mai il Corano o Maometto, fondatore dell’Islam, così il Sultano testimoniava su Allah e cosa significasse essere musulmano.
Alla fine della tregua, nessuno dei due aveva convertito l’altro, ma la loro vita si era arricchita da quell’incontro fruttuoso.
Francesco e il Sultano sono quindi la testimonianza che due esponenti di fede diverse possono incontrarsi e dialogare in uno spirito di pace. Francesco, in particolare, ha insegnato che per incontrare e dialogare non bisogna portare dogmi o toni minacciosi, ma la propria testimonianza di vita, aprendo il proprio cuore all’altro, con la speranza di donare pace e bene.
Con lo stile missionario di Francesco si è passati dal concetto di Extra ecclesiam nulla salus all’Extra mundum nulla salus, cioè il mondo non è estraneo a quel messaggio di pace e salvezza che provengono dal Vangelo di Cristo, ma l’evangelizzazione diventa possibile quando ognuno vive la fraternità e lo spirito comunitario e si sforza di camminare insieme, condividendo gioie e dolori.
Non è facile camminare in un mondo come quello di oggi, in cui si preferisce l’emarginazione dell’altro. Invece Francesco invece insegna ad essere strumenti di pace: invita all’accoglienza e al dialogo, un dialogo fatto con amore fraterno, che permette di evitare liti e dispute e costruire un terreno comune con chi ha un bagaglio culturale e religioso diverso. Il suo atteggiamento umile e semplice è guidato dal Vangelo: con la sua vita testimonia come vivere come pecore in mezzo ai lupi, scegliendo di accogliere come fratello e non di emarginare il musulmano o chiunque abbia una fede diversa dalla sua. È un’accoglienza fatta non con un atteggiamento di superiorità ma di servizio e quasi di sottomissione fraterna ed evangelica con l’altro.
Dopo ottocento anni, quell’incontro è sempre ed ancora attuale. Lo è stato con l’evento del 1986, lo Spirito di Assisi, di cui si celebrano i 40 anni quest’anno: Giovanni Paolo II ha incontrato 62 delegati cristiani e 62 non cristiani presso la Basilica inferiore di Assisi per un incontro di preghiera e pace tra le varie religioni. Non fu un evento politico ed è impossibile pensare che si potesse pregare una preghiera comune per tutti, ma ciascuno ha pregato secondo la propria tradizione, stando alla presenza silenziosa degli altri, con l’obiettivo di lodare Dio e lanciare un messaggio di pace e responsabilità, per il bene di ogni popolo.
Quell’incontro tra Francesco e il Sultano si è ripresentato dopo 800 anni anche in Papa Francesco e il Grande Imam d’Egitto, quando i due, dopo alcuni anni di lavoro, il 4 febbraio 2019 hanno firmato ad Abu Dhabi il Documento sulla Fratellanza umana, in cui entrambi lanciarono un messaggio importante: nessuna religione è responsabile del terrorismo, Dio non può essere associato al sangue versato, ma è l’origine dell’unica famiglia umana, dove ogni persona è preziosa ai suoi occhi e possa costruire con l’altra quella fraternità universale, capace di superare le differenze di cultura, lingua e religione. I valori di questo documento, dignità umana, libertà religiosa, fraternità tra i popoli, dialogo tra i credenti, hanno poi ispirato l’Enciclica Fratelli Tutti, firmata un anno dopo il 4 ottobre 2020 sulla Tomba di Francesco.
Infine, quell’incontro è attuale ancora oggi per ognuno di noi, ogni giorno, quando sappiamo portare e testimoniare quelle parole care a Francesco: pace, fraternità e dialogo. Ed è lo stesso Francesco che ci ha lasciato delle indicazioni chiave per vivere ogni giorno con l’altro.
Prendere iniziativa e mettersi in gioco. Francesco è consapevole del pericolo, ma è ancora più consapevole che non ha nulla da perdere e tutto da guadagnare. Francesco insegna a non aspettare che un Sultano ci venga incontro, ma come inviati di Cristo bisogna prendere l’iniziativa dell’incontro stesso come fosse una scommessa, sapendo che vincendola si può arrivare ad un’amicizia fuori dal comune e quindi ad arricchirsi in modo reciproco.
Essere se stessi. Francesco incontra il Sultano in quanto cristiano: il dialogo presuppone l’incontro di persone in quanto tali. Bisogna valorizzare e interrogare la propria identità, dialogando con i demoni del proprio io, ma bisogna anche saper passare dall’io al noi. Il troppo attaccamento a sé e quindi il troppo soggettivismo rischia di portare indifferenza, disprezzo e intolleranza verso gli altri. Invece, avendo l’atteggiamento di apertura, umiltà, cooperazione e solidarietà, l’altro diventa il criterio e la misura delle mie azioni, permettendo così di intessere dialogo, rispetto e amore.
Avere fiducia dell’altro: Francesco non aveva tutti i favori per questa missione pericolosa, ma dopo essersi fidato di Dio in primis, ha avuto fiducia che gli altri avessero ricambiato il suo atteggiamento di apertura. Francesco insegna che bisogna valorizzare la persona umana dell’altro e credere che essa vale di più di qualsiasi progetto: davanti ad un mondo fatto di egoismo e violenza, bisogna ricordarsi che l’altro, in quanto persona umana, merita rispetto e attenzione, perché con esso si appartiene alla stessa famiglia umana.
Rinunciare alle armi come strumento di difesa. L’alternativa alla guerra, alle contese e alle dispute è la rinuncia alla violenza, con la quale non si può pretendere di costruire un dialogo sincero e fruttuoso. Bisogna assumere l’atteggiamento del mansueto: la mansuetudine è quella virtù di coloro che fanno esperienza di offesa, ma non provano risentimento, non fanno esperienza di violenza e pertanto imparano dall’altro.
Condividere la vita delle persone e atteggiamento di servizio, cioè quando si dialoga non bisogna desiderare e avere la presunzione di stare sopra l’altro, ma con umiltà e servizio bisogna vivere con l’altro, condividendone le condizioni di vita, cercando di stare sempre sul gradino più basso.
Predicare più con la vita che con le parole. L’incontro con l’altro ha bisogno più di testimonianza di vita che di parole, che spesso feriscono. E la vita cristiana è fatta di disponibilità, accoglienza e amore disinteressato.
Cercare di comprendere, più di essere compreso, così come si afferma anche nella Preghiera semplice attribuita a Francesco. Francesco insegna che il dialogo non è unilaterale, ma ha bisogno di ascolto. Non è un semplice sentire, ma è un confrontarsi con la presenza dell’altro, mettendo in discussioni i propri limiti e le proprie certezze, per poter produrre così un arricchimento reciproco.
Dissetarsi alle sorgenti più profonde. Francesco fu spinto verso il Sultano dallo Spirito di Dio. La relazione autentica con Dio toglie dall’uomo il suo orgoglio e la durezza di cuore. Chi cerca dialogo, lo cerca sempre e prima con Dio.
Alla base di tutto questo c’è l’amore, che permette di rinnegare noi stessi e donarci e guardare l’altro come creatura di Dio: questo diventa un presupposto per entrare in relazione poi con Dio. Infatti, San Giovanni nella sua prima lettera afferma: «Se uno dice: “Io amo Dio”, ma odia suo fratello, è bugiardo; perché chi non ama suo fratello che ha visto, non può amare Dio che non ha visto. Questo è il comandamento che abbiamo ricevuto da lui: che chi ama Dio ami anche suo fratello (1Gv 4,20-21). Pertanto solo il riconoscere l’altro come creatura di Dio ed entrare con lui in relazione, qualunque sia il suo pensiero, religione, appartenenza culturale, permette di entrare in relazione con Dio».
Oggi, più che mai, quindi, abbiamo bisogno di riscoprire il valore del dialogo. In un mondo segnato da guerre, divisioni, e conflitti, è urgente costruire una cultura del dialogo che parta dalla riconciliazione, dal riconoscimento delle proprie colpe, e dall’apertura sincera all’altro. Il dialogo non ha come finalità ultima l’eliminazione delle differenze o l’uniformità di pensiero, ma piuttosto la valorizzazione delle diversità. Dialogare significa chiedersi come Dio possa parlare anche attraverso di le varie differenze, significa decostruire l’idea di un mondo monoculturale e fondare la convivenza sul rispetto, sulla conoscenza reciproca e sul riconoscimento dell’altro come fratello. L’uomo ha bisogno di costruire quel cammino che lo conduce alla comunione con il tu, sia umano che divino. È in questa relazione che l’essere umano scopre la propria verità più profonda e si apre alla possibilità di una fraternità universale. La fraternità di cui parliamo non è un sentimentalismo, ma un’urgenza storica, culturale, spirituale: è l’unità del genere umano, che va oltre ogni muro, ogni identità contrapposta. È il superamento della cultura dello scarto, del conflitto e dell’esclusione. Quella fraternità è l’insieme di uomini e donne capaci di portare la pace dove c’è la guerra, la fraternità dove c’è odio, il dialogo dove c’è silenzio o scontro, perché solo nell’amore reciproco si eleva la dignità dell’uomo, e solo nell’umiltà si costruisce un futuro comune.
Concludo con due citazioni. La prima è di Sua Eccellenza Mons. Angelo Spinillo, Vescovo di Aversa, che nell’incontro dello scorso 4 febbraio con dei giovani affermava:
La sfida è cogliere la bellezza della diversità culturale e religiosa perché nessuno si salva da solo. San Francesco scelse di essere povero, perché voleva essere amico di tutti, per essere libero di poter vivere la fraternità. Gesù nel Vangelo ci dice: Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Gesù ci insegna una via nuova, che ci fa essere in fratellanza con tutti.
La seconda è l’ultimo paragrafo dell’Enciclica Fratelli Tutti di Papa Francesco, il quale parlando di un altro missionario, ma dell’epoca contemporanea, cioè Charles de Foucauld, lanciava un appello per diventare veri fratelli universali:
Egli andò orientando il suo ideale di una dedizione totale a Dio verso un’identificazione con gli ultimi, abbandonati nel profondo del deserto africano. In quel contesto esprimeva la sua aspirazione a sentire qualunque essere umano come un fratello, e chiedeva a un amico: «Pregate Iddio affinché io sia davvero il fratello di tutte le anime di questo paese». Voleva essere, in definitiva, «il fratello universale». Ma solo identificandosi con gli ultimi arrivò ad essere fratello di tutti. Che Dio ispiri questo ideale in ognuno di noi. Amen.