MARIANO FRESTA – L’IMMAGINARIO DEVOTO, TRA MAFIE ED IMPEGNO ECCLESIALE

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Questo il titolo del seminario svoltosi all’ISSR interdiocesano di Capua, nell’ambito del Corso di  Sociologia delle Religioni. Il seminario ha affrontato l’analisi di alcune forme estreme di religiosità popolare che evidenziano l’urgenza di rinnovare la proclamazione del genuino Vangelo di Gesù Cristo con una più marcata azione educativo-pastorale che sappia demitizzare ed isolare ogni tipo di mafia. In Campania, ad esempio,  alcune processioni religiose sono diventate oggetto di cronaca a causa dei cosiddetti inchini,  in omaggio a uomini appartenenti ad organizzazioni criminali.

«Se ben orientata, la religiosità popolare  è ricca di valori. Essa manifesta una sete di Dio che solo i semplici e i poveri possono conoscere, rende capaci di generosità e di sacrificio, fino all’eroismo». (Paolo VI, Evangelii nuntiandi).

Il recente seminario svoltosi all’ISSR di Capua ha affrontato il tema della religiosità popolare che presenta molti elementi di contrasto, uno dei quali è venuto alla luce ultimamente sollevando scandalo presso l’opinione pubblica per il sorprendente comportamento dei partecipanti ad alcune processioni religiose.

In alcuni paesi è accaduto, infatti, che la statua del santo è stata fatta inchinare dagli accollatori  davanti alla casa di un signore ritenuto capo di un’organizzazione malavitosa, a dimostrare nei suoi confronti la devozione che  rivolge non solo la comunità ma anche il santo patrono del paese. Il tutto quasi a sacralizzare il potere che la persona esercita in quel paese.

L’inchino, in effetti, è piuttosto scandaloso e provoca reazioni che le tradizionali processioni non hanno mai destato, nonostante esse contengano, a volte,  elementi  che col sacro e con la fede hanno poco a che vedere.

Qui non voglio discutere di come si manifesta la pietà quotidiana, anch’essa tuttavia non priva di qualche eccesso poco ortodosso, come ebbe ad osservare papa Montini, quando scrisse che essa andrebbe ben orientata.

Mi sembra più opportuno, invece, riferire che nel seminario si sono esaminate quelle manifestazioni di religiosità popolare come le feste patronali, dove l’inchino non c’è, in cui con il sentimento di fede sincera coesiste con comportamenti e fenomeni che appartengono un po’ alla superstizione e un po’ ad una celebrazione festiva che ha poco di sacro e molto di festa laica organizzata per creare divertimento.

Si è preferito parlare di queste feste perché in esse si manifestano maggiormente le incoerenze e i comportamenti più profani e talmente clamorosi da poter essere presi come temi di discussione e come esemplificazioni facili da capire e da usare come introduzione al tema della “religiosità popolare” che è più complesso e più delicato, sia per questioni dottrinarie sia sociologicamente che antropologicamente.

La cultura popolare,  quasi sempre, interpreta la fede secondo parametri che dovrebbero essere abbandonati da chi vuole vivere secondo il Vangelo. La religiosità popolare, infatti, è intrisa di superstizioni, di moralismi bigotti, di storpiature, a volte blasfeme, di dogmi poco o per nulla intellegibili da chi è affetto da analfabetismo culturale. Questi fenomeni si possono spiegare col fatto che la lettura del Vangelo si sovrappone ad uno strato di folklore che è molto più antico della predicazione di Gesù e che agisce anche in profondità modificando le conoscenze che via via si acquisiscono, torcendole verso nozioni radicate da lungo tempo. Per fare un esempio banale, nonostante Galilei e Newton ci abbiano spiegato come funziona il sistema solare, noi continuiamo a dire “il sole sorge, il sole tramonta”: cioè le credenze preistoriche ci fanno indicare con le stesse espressioni, basate sull’apparenza, fenomeni che la scienza spiega basandosi sull’osservazione della realtà.

Per chiarire come ciò possa avvenire, occorre pensare che per molte migliaia di anni l’umanità non ha avuto altra spiegazione di fenomeni misteriosi se non ciò che vedeva, cioè le apparenze, che le sembravano vere, tanto che le credenze derivatene sono diventate concetti così radicati nella coscienza e nella mente degli uomini da diventare “verità”, per scalfire le quali non bastano nemmeno i cinque secoli che ci separano da Galilei. Così avviene per ogni concetto e per ogni esperienza umana. In un bel libro di molti anni fa  lo storico Carlo Ginzburg (Il formaggio e i vermi ­– Il cosmo di un mugnaio del ‘500) ci spiega quali sono i meccanismi culturali con i quali il mugnaio Menocchio legge, modificandolo fino all’eterodossia, il libro biblico della Genesi. Nello stesso modo, la devozione ai santi può trasformarsi in idolatria, perché, senza averne coscienza, non si fa che ripetere le manifestazioni di antiche religioni, quando le statue e gli idoli venivano portate in processione  in città e nelle campagne.

La Chiesa, forse per evitare inutili e lunghe battaglie, a volte ha  inglobato nella ua liturgia antichi riti pagani  cristianizzandoli, come è successo per i romani Ambarvalia, che sono stati trasformati in Rogazioni, con riti che annualmente si svolgevano per proteggere i campi e le coltivazioni.

Ma c’è di più: nelle feste patronali ci sono molti elementi che derivano da antiche feste solstiziali e  religioni arcaiche, come per esempio le stesse processioni che una volta si svolgevano per le strade delle città e dei villaggi perché la divinità ne prendesse possesso e li potesse meglio proteggere: tradizione che la Chiesa ha fatto propria. Oppure i numerosi petardi, piccoli e grossi, fatti scoppiare per segnalare l’avvento di una nuova stagione. È successo infatti che la grande festa che si celebra per l’inizio di un nuovo anno (solstizio invernale – capodanno), sia stata presa a modello perché per ogni comunità il ciclo annuale del tempo  corrisponde non tanto a quello che va da un solstizio invernale all’altro, ma dal giorno in cui si celebra il santo patrono al successivo dell’anno dopo. E siccome, come ci insegna il nostro capodanno, ogni inizio del ciclo deve essere salutato con tanto rumore, ecco che anche l’apertura e i momenti più significativi della festa devono essere necessariamente salutati, per buon augurio, dal rumore provocato dagli spari. (Nei miei ricordi d’infanzia c’è quello, relativo alla messa pasquale, dell’annuncio della Resurrezione del Cristo fatto dal sacerdote che intonava il Gloria cui seguiva un lungo scampanio,  una scarica di mortaretti e il rimbombo provocato da un gruppo di ragazzi dietro l’altare maggiore, che tripudiavano su una pedana di legno).

Cosa hanno a che fare gli spari dei petardi e il rumore con la manifestazione di una fede religiosa è difficile spiegare senza andare dietro nel tempo quando un forte rumore serviva a ricordare a tutti che la stagione invernale finiva per dare il via al ritorno del sole, al calore e al rifiorire della natura.

Un altro argomento trattato è stato quello dei rapporti tra religiosità e criminalità organizzata. Per molti anni abbiamo assistito ad un malefico tacito accordo tra forme di  religiosità popolare e comportamenti mafiosi, favorito anche da una certa omertà da parte della Chiesa ufficiale. Nel corso dell’ultimo secolo abbiamo conosciuto vescovi che negavano l’esistenza della mafia, sacerdoti che erano gli assistenti spirituali di mafiosi se non, in qualche caso, anche loro complici; solo negli ultimi tempi abbiamo visto sacerdoti pronti anche a morire per sottrarre i loro parrocchiani all’influsso della criminalità e addirittura un papa che, nella Valle dei Templi, ha gridato il suo anatema contro i mafiosi. Gli effetti non sono stati clamorosi, ma senza dubbio qualcosa è cambiato: i credenti adesso non rimangono colpiti ed offesi soltanto dai sequestri di persona o dagli omicidi e le stragi perpetrate dalla mafia, ma cominciano a ragionare anche sulle attività incruenti  fatte di intrighi di potere, investimenti finanziari,  speculazioni borsistiche,  commercio di droghe e stupefacenti, scambio di voti e sostegno di candidati alle elezioni, da quelle comunali a quelle politiche nazionali.

Da parte loro, i mafiosi hanno recitato la parte dei difensori degli antichi valori, della famiglia patriarcale, di una religiosità sincera ed ubbidiente a Madre Chiesa: tutti noi ricordiamo i lumini accesi sotto le immaginette sacre, le corone del rosario, le immagini della Madonna e di padre Pio di cui si circondavano Riina e Provenzano. Ai quali quel tipo di religiosità popolare, un po’ bigotta e un po’ superstiziosa, serviva a due cose: dimostrare la propria osservanza ai dettami della Chiesa e  la devozione all’opinione pubblica e conseguentemente  dare l’esempio ai propri consociati. Il gioco fino ad oggi le è sempre riuscito, tutti le hanno creduto; oggi le cose sono diverse, i credenti, almeno la maggioranza, hanno capito che si tratta di finzioni interessate, la Chiesa ha preso una posizione netta, come dimostrano la sua stampa periodica, i libri di cattolici antimafia, i convegni organizzati per discutere su come sciogliere questo legame basato su valori ritenuti eterni. In questi ultimi giorni, tuttavia, c’è stata una grande, sorprendente novità, che ci fa presagire che i mafiosi possano cambiare strategia e tattica: infatti, il capo dei capi della mafia, Matteo Messina Denaro, a casa sua non aveva immagini con i lumini accesi, né corone del rosario, ma scatole piene di gioielli. Niente più Dio patria e famiglia, finalmente. Ma risolto questo problema, resta ancora quello di un legame molto forte tra fede e mentalità popolare: la sconfitta di quest’ultima, purtroppo, non mi sembra così vicina. Su questo tema deve lavorare la Chiesa, ha cominciato a farlo, ma a parer mio non basta aver prodotto ed inviato ai parroci un Direttorio che illustra le liturgie corrette e quelle inventate dalla religiosità popolare, lasciando poi ad ogni sacerdote la libertà di scegliere, individualmente, quale comportamento indicare.