Guerre di santi: i conflitti tra Chiesa e tradizione popolare

DATA DI PUBBLICAZIONE:

di Mariano Fresta 

Il paese di Sant’Alfio (CT) è ubicato sul fianco orientale dell’Etna, tra i 530  e i 700 metri sul livello del mare, su un’antichissima colata lavica affiancata ai lati dagli alvei di due torrenti ormai da tempo in secca. Su questa irregolare morfologia del terreno vulcanico non poteva sorgere un agglomerato urbano omogeneo ed infatti il paese è formato da rioni e da borghi isolati, ma a poca distanza fra loro, ognuno con la propria denominazione; l’abitato più esteso e popolato si trova ad Est, nella parte più bassa; gli altri, invece, sorgono su zone più elevate rispetto al primo, in direzione Ovest. Tutti i borghi sono collegati da uno stradone che, partendo dalla piazza Duomo, situata nel complesso abitativo più grande, sale verso le zone alte del vulcano, costeggiando tutti i borghi, tranne quello di Calvario e, più in alto, quello di Nucifori collocati sul lato Nord dell’antica colata.

Si può dunque dire che, a livello topografico e amministrativo, l’unità del paese esiste grazie alla strada che tiene collegati borghi e rioni. Questa unione fisica, tuttavia, da sola non è sufficiente a fare di un gruppo di piccoli insediamenti un “paese”; occorre qualche elemento più vincolante affinché gli abitanti di tutti i nuclei si possano riconoscere come unica comunità. A mio parere, uno degli elementi che ha dato loro un senso di comunità è rappresentato dall’attività principale degli abitanti, i quali, a parte quei pochi artigiani (fabbro, calzolaio) o i gestori di botteghe di generi alimentari o altro, erano tutti contadini dediti alla coltivazione delle vigne e alla produzione di vino da taglio e soprattutto erano piccoli e piccolissimi proprietari dei campi. Poca era la manodopera generica e pochi anche i braccianti agricoli, talora promossi a “massari”, cioè a fiduciari dei proprietari più ricchi; si trattava, dunque, di una compatta classe sociale di coltivatori diretti, dalla mentalità individualista, tradizionalisti e quindi poco propensi a modifiche sociali; sobri nei modi di vivere, moralmente austeri, quasi una colonia di calvinisti.

Questa società, però, finì drammaticamente negli anni 1956-1960. I mesi di settembre e ottobre del 1956 segnarono l’inizio della fine; quaranta giorni di ininterrotta pioggia impedirono la vendemmia: le viti si ammalarono, i terreni divennero impraticabili, le cantine restarono vuote, mancò il lavoro per tutti. In quel terribile quinquennio scomparve la coltivazione della vite per dar posto a poche altre colture, costringendo molte famiglie ad emigrare in varie regioni italiane e in Paesi lontani, come Francia, Svizzera e Germania; molti di coloro che rimasero, ovviamente, dovettero cambiare attività e trovare lavoro in altri settori. Ma la cultura e la mentalità del coltivatore diretto rimasero, poco scalfite dall’arrivo tumultuoso e superficiale del boom e della modernità.

Un altro elemento, che ha fornito un forte legame comunitario tra gli abitanti dei vari borghi, è stata la religione, o quanto meno quel tipo di religiosità vissuta e fondata sul culto di un santo, di nome Alfio, eletto come patrono e dal cui nome deriva l’intitolazione del paese ricomposto nella sua interezza ideale.

Su questo santo non ci sono certezze storiche, come si può leggere nella Bibliotheca Sanctorum [1], ma tante leggende nate nei monasteri dei Basiliani poco prima dell’anno Mille e diffuse oralmente fino ai giorni nostri; la Chiesa, prudentemente, tiene a precisare che il culto di questo santo si basa sulla tradizione agiografica e non su una precisa documentazione. I Santalfiesi, tuttavia, ritengono che tradizione e leggende varie siano vicende reali, siano storia tout court. E così, ogni anno nella prima domenica di maggio celebrano una solenne e grandiosa festa in onore del loro santo protettore con procedure e rituali che si tramandano da circa due secoli. 

Ci sono scarse notizie su come siano state ideate e realizzate originariamente le norme che regolano tutte le manifestazioni che accadono nei quindici giorni del periodo festivo (dall’ultima domenica di aprile alla seconda domenica di maggio) e che nel tempo sono diventate consuetudinarie e, pare, non modificabili. C’è qualche testimonianza, risalente ai primi anni dell’Ottocento, secondo la quale alcuni sacerdoti locali, a quei tempi gli unici intellettuali possibili in quella paesana piccola borghesia rurale, hanno codificato le regole da seguire per la festa annuale del santo patrono. Quindi fissarono il giorno della festa (la prima domenica di maggio), il tipo di messa da celebrare, il rione dove svolgere la processione con il fercolo; individuarono quelle strade dove far passare il fercolo in modo da poter disegnare un circuito, il cosiddetto giro, da far percorrere ai fedeli. Il giro, dunque, doveva simbolicamente designare la compattezza unitaria dell’intera comunità paesana, sancita ritualmente dalla presenza del santo sul fercolo, spinto e trainato dai devoti. Tutto ciò ha contribuito a far nascere tra gli abitanti sia un sentimento di solidarietà culturale sia a fornire loro un’immagine identitaria.

2.-

Della festa di sant’Alfio mi sono occupato tra la fine del decennio del 1980 e i primi anni del 1990 [2]. In quello studio rilevavo non solo la complessità della festa, ma anche il suo aspetto eminentemente laico. Durante il periodo festivo, infatti la liturgia, a parte la solenne messa cantata della domenica, segue il suo regolare corso quotidiano, mentre l’organizzazione della festa e il suo svolgimento sono condotti in modo totalmente laico: tutte le attività sono svolte sotto il controllo del “governatore” [3], un privato auto candidatosi all’incarico. A lui tutta la cittadinanza affida la gestione della festa che deve soddisfare nel modo migliore il suo bisogno di un annuale periodo festivo e di uno svago abbastanza sobrio; egli deve rappresentare, con il suo esempio, la laboriosità nonché la correttezza e la moralità dei Santalfiesi. In compenso i paesani si fanno carico, attraverso le questue, di finanziare l’intera impresa.

Negli anni della mia ricerca si notavano già alcuni dissensi tra gli organizzatori e i cittadini da una parte, e il parroco dall’altra, perché, dopo circa venti anni, anche su quel fianco del vulcano si avvertiva il vento innovatore del Concilio Vaticano Secondo, durante il quale era emersa la volontà, oltre che la necessità, da parte della Chiesa, di abbandonare gradualmente gli elementi e gli aspetti temporali della sua missione. In quegli anni i vari parroci di Sant’Alfio, infatti, cercavano di partecipare in qualche modo all’organizzazione della festa per dare maggior spazio alla liturgia ed eliminare qualche aspetto poco consono ad attività svolte in nome della fede e del culto del santo; sotto accusa era, in particolar modo, la gestione del denaro raccolto con le questue da impegnare nell’organizzazione della festa, dato che, per tacito consenso di tutti, il governatore non era uso dichiarare l’ammontare della somma acquisita ed era libero di spendere a suo piacimento le somme eventualmente avanzate [4]: in genere era usanza che il governatore destinasse quel denaro in sovrappiù ad opere di manutenzione o di rinnovo degli arredi della chiesa, ma c’era qualcuno che si comportava diversamente e senza alcuna trasparenza. Alla richiesta di una più chiara gestione finanziaria da parte di vari parroci (d’altra parte, senza di loro non potrebbe sussistere la celebrazione del santo), nessun governatore ha risposto positivamente. Ed anche la proposta che quel denaro fosse amministrato da una comitato pubblico composto dal governatore, da un gruppo di devoti, dal parroco e dal Comune, non è mai stata presa in considerazione.

Negli anni successivi al mio lavoro le cose non sono cambiate, non solo a Sant’Alfio ma anche altrove, tanto che la Chiesa ha pubblicato nel 2002 un Direttorio [5] per aiutare le parrocchie ad evitare contrasti tra clero e comitati di festeggiamenti e a risolvere eventuali problemi.

La questione più importante, tuttavia, in queste feste patronali, quasi tutte celebrate in paesi e città dell’Italia Meridionale, è rappresentata dal fatto che, per tutto ciò che non riguarda la liturgia (addobbo della chiesa, illuminazione delle strade, i fuochi artificiali, la banda dei concerti, le questue, ecc.) è caratterizzato dal dominio del mondo laico, tra cui talora si nasconde la criminalità organizzata [6]. Le famiglie e i clan malavitosi, infatti, sanno che coloro che organizzano la festa del patrono e quelli che promuovono e realizzano le feste e le finanziano, appaiono come mecenati eticamente esemplari e acquistano notorietà, rispettabilità e consenso per ogni eventuale occasione. Chiaro è allora che esse possano dare un’ immagine positiva a chi invece vive nell’illegalità. Si pensi al festino palermitano di santa Rosalia, alla festa di sant’Agata a Catania, alle Settimane sante di molte città, alla festa dei Gigli di Nola, di santa Rosa a Viterbo, dei Ceri a Gubbio e così via: sono tutti avvenimenti che le Parrocchie da sole non possono affrontare perché essi richiedono una complessa organizzazione e l’investimento di notevoli somme di denaro. Il contributo del mondo laico diventa così necessario e oltrepassa facilmente i confini della spiritualità e talora anche della legalità. Ovviamente per questi aspetti occorre fare una netta distinzione fra le feste dei paesi piccoli e medi, i cui abitanti sono ancora molto legati alle antiche tradizioni, e quelle delle grandi città, in cui esse si sono trasformate in avvenimenti spettacolari di massa che richiamano molti turisti, motivo per cui i finanziamenti arrivano anche dagli Enti locali.

3.-

Nel mio lavoro avevo affrontato anche questa disparità di intenti tra Chiesa ufficiale e  l’organizzatore di una festa, pur se ispirata alla religiosità cattolica, e che allora cominciava a venir fuori con prospettive non molto chiare; avevo notato, infatti, alcuni piccoli cambiamenti avvenuti con lo scopo che ci fosse nelle celebrazioni un’apparenza di partecipazione ecclesiastica, ma era difficile vedere come sarebbe andato a finire il braccio di ferro tra Parrocchia e devoti.  Così, infatti, concludevo la mia ricerca:

«Persi, dunque, gli antichi valori culturali e sociali, la festa di s. Alfio segue le trasformazioni e le evoluzioni della società civile. Per il momento attraversa una fase di transizione: nel futuro potremmo assistere a mutamenti ancora più profondi di quelli attuali. Spetterà ai santalfiesi decidere se questi mutamenti si devono cristallizzare in una nuova organizzazione ideologica e strutturale».

Dopo quasi quarant’anni da allora. la situazione è rimasta invariata; se da un lato la cultura di massa ha modificato i comportamenti sociali più appariscenti (per esempio: le norme di imposizione dei nomi di persona – da Rosaria a Patrizia o Tamara -; o la mania, prima assente, di organizzare feste religiose e sagre varie, nella convinzione che possano sostituirsi alle perdute risorse economiche e che possano favorire la crescita culturale della popolazione oltre che ad attirare i turisti), dall’altro la mentalità ereditata dagli antichi abitanti sembra essere rimasta immune da qualsiasi influenza. Difficile additare le cause di questa impermeabilità ai mutamenti culturali dell’ultimo secolo; la stessa scolarizzazione,  che pure ha prodotto numerosi diplomati e laureati, non ha neppure scalfito quell’atteggiamento granitico che faceva degli antichi Santalfiesi una comunità diversa dalle altre. C’è in questo paese una discutibile ma tenace idea di non aver bisogno di aggiornarsi: in tal modo a Sant’Alfio non si conoscono le decisioni prese durante il Concilio Vaticano, né si chiede al parroco o al vescovo della diocesi chiarimenti sul perché certe cose è bene non  farle più. I parroci che a Sant’Alfio si sono succeduti fino a qualche decennio fa, per evitare inopportuni contrasti, si sono accontentati di piccoli compromessi, ma quelli di più recente nomina, formatosi nei seminari, ispirati dal Concilio e dagli insegnamenti di Papi come Roncalli, Montini e Bergoglio, ritengono che siano da applicare le decisioni conciliari che insistono per ottenere dai fedeli una maggiore sensibilità religiosa e una minore partecipazione superstiziosa o folkloristica nelle  feste religiose. Pertanto, anche l’attuale Vescovo della Diocesi di Acireale, cui Sant’Alfio appartiene, ritiene che certe manifestazioni del tutto laiche e prive di spiritualità debbano essere ridimensionate. Ecco, in sintesi, il nuovo Decreto su Pietà popolare, Feste patronali e Processioni emanato dalla Diocesi di Acireale il primo ottobre del 2026:

1.- L’organizzazione della festa è affidata ad un Comitato presieduto dal parroco e composto da persone di sicura fede proposte alla Curia che approverà la nomina;

2.- Sindaci e amministratori possono solo collaborare secondo le competenze, possono far parte dei comitati ma non ne possono assumere cariche direttive;

3.- Programmi e spese devono essere approvati dal Parroco e condivisi dal Comitato. Le manifestazioni religiose devono essere distinte da quelle civili e folkloristiche anche nei manifesti;

4.- Le processioni devono essere brevi sia nella durata sia nell’itinerario. Limitare gli scampanii e i continui interventi delle bande musicali;

5.- Sui fercoli ci deve essere sola la presenza del parroco e del responsabile della festa;

6.- Limitare fuochi, luminarie e concerti per evitare spreco di denaro e inutile sfarzo;

7.- Questua: si può esercitare entro i confini della Parrocchia o quelli del Comune; vietato appendere denaro alle statue;

8.- Trasparenza: aprire un conto corrente dedicato alla festa che registri tutti i movimenti di denaro. Obbligatorio il rendiconto finale; parte delle offerte deve essere destinato ad opere pastorali o di carità o alla manutenzione degli edifici ecclesiastici;

9.- Limitazioni delle peregrinazione delle reliquie.

Chi conosce la complessità della festa di sant’Alfio e i modi con cui si svolgono quelle di santi di altre città, capisce che il documento diocesano segna, con il divieto della celebrazione tradizionale, una rottura piuttosto violenta con una cultura e una mentalità conservatesi quasi integre malgrado l’impatto aggressivo della cultura di massa e degli stravolgimenti economici e sociali. E difatti al documento diocesano è seguita una contestazione dura, a volte anche offensiva e triviale, riportata sulla stampa locale e che ha affollato di interventi polemici i cosiddetti social [7]. 

Uno dei primi documenti di contestazione è apparso su FaceBook, a nome di un certo T.E.; ne riporto qui alcune righe:

«Le nostre tradizioni non si toccano: la festa patronale appartiene alla comunità, alla sua storia e alla sua identità. Non è proprietà privata di nessuno.

Dall’insediamento del nuovo parroco, la nostra comunità sta vivendo un profondo disagio. Nonostante le ripetute richieste di dialogo, assistiamo a decisioni calate dall’alto e a un progressivo smantellamento delle tradizioni radicate nel tempo in totale assenza di confronto con i fedeli. L’ultimo atto … è la solitaria decisione di modificare l’itinerario storico della processione … imposizione che ignora la storia e il cuore della nostra comunità. Modificare l’itinerario [del giro] significa cancellare le origini del culto dei tre Santi e la storia stessa del nostro paese. Chiediamo con forza il ripristino delle consuetudini storiche … Invitiamo tutti i cittadini  ed i devoti a far sentire la propria voce e a difendere ciò che rende unica la nostra identità.

Per queste ragioni, venerdì 11 settembre seguiremo pacificamente l’originale percorso, svolgendo la processione autonomamente per le vie abituali …».

Dal documento si arguisce che molti a Sant’Alfio non hanno mai seguito il percorso intrapreso dalla Chiesa dopo il Concilio, né conoscono le ultime posizioni della Chiesa sulla cosiddetta “religiosità popolare”: così non si accorgono che le nuove regole chiedono ai devoti e ai credenti un’altra sensibilità che elimini dalle pratiche religiose qualsiasi elemento estraneo e discordante, e pensano che si tratti di un abuso di potere da parte del vescovo e dei parroci. 

Un altro intervento, in cui si cerca di dare motivazioni logiche e storiche alle proteste popolari, è comparso sempre su FB a nome della signora M.S.; anche di esso riporto qualche brano:

«LE FESTE PATRONALI APPARTENGONO AL POPOLO

Il popolo nasce, cresce, vive e muore nel suo paese.

È radicato in tradizioni, riti e usanze che si tramandano da padre in figlio, dai nostri bisnonni e dai nostri nonni. Da secoli in Sicilia è così: le feste patronali hanno uno schema ben radicato nel DNA dei siciliani. Per questo devono rimanere al popolo. È il popolo che deve occuparsi della gestione, dell’organizzazione, della preparazione: dalla scelta dei corpi bandistici, alla ditta dei fuochi pirotecnici, dalle luminarie artistiche, ai vari spettacoli o band da inserire, dalle composizioni floreali,  dei vari addobbi in paese e di tutti gli aspetti esterni e folcloristici…

Il Governatore o Mastro di Festa sceglie pure i Parroci (sic: cioè i sacerdoti), da sempre, da inserire all’interno della settimana dei Solenni festeggiamenti, compreso l’invito e la partecipazione di un Vescovo o di varie autorità civili, politiche e militari».

In questo intervento si nota quanto siano distanti le posizioni dei dissidenti da quelle della Chiesa ufficiale; c’è inoltre la presunzione di essere nel giusto e nell’ortodossia tanto da giustificare la suprema autorità del governatore, e del popolo che egli rappresenta, nei confronti del magistero della Chiesa. Fossimo vissuti in epoche passate, la signora M.S. sarebbe stata giudicata eretica e come tale punita esemplarmente.

C’è, poi, anche una minaccia, quasi un ricatto: alla fine del suo intervento T.E. ci informa, infatti, che per la festa (una delle tante) in ricordo della dedicazione a sant’Alfio della chiesa madre, da celebrare l’undici di settembre, ci sarebbero state due processioni: quella gestita dal parroco da svolgere su un percorso molto ridotto, in ottemperanza alle decisioni della Curia, e quella dei dissidenti da fare nel tradizionale giro, e senza sacerdoti e reliquie. E così è stato, causando una notevole rottura tra  “ortodossi” e dissidenti. 

Successivamente, affinché si ristabilisca la situazione tradizionale, qualcuno si è preso la briga di raccogliere le firme da presentare al vescovo per invitarlo a revocare il decreto.

La demo-antropologia italiana degli ultimi decenni ha registrato molti di questi  contrasti tra Chiesa e popolo e di prese di posizione radicali di una parte di sacerdoti contro le feste tradizionali. Tra i primi a intervenire è stato il vescovo di Caserta Raffaele Nogaro: non appena insediatosi (1990), scontentò il clero tradizionalista e gran parte dei credenti nel ridimensionare alcune feste nel tentativo di riportarle sulla strada di una genuina spiritualità [8]. Un altro caso che ha attirato l’attenzione dell’antropologo Berardino Palumbo è avvenuto a Militello Val di Catania; anche qui il contrasto è nato in una delle due parrocchie cittadine, tra un sacerdote e un gruppo di parrocchiani, per un futile motivo: una processione era stata rimandata al giorno successivo di quello in cui per tradizione si attuava. Per questo presunto arbitrio del parroco, fu addirittura organizzato un complotto per punire il sacerdote accoltellandolo [9].

Vicende come quelle di Militello e di Sant’Alfio non sono casi particolari, perché negli ultimi anni gli attriti tra la Chiesa e le popolazioni attaccate alle vecchie tradizioni sono all’ordine del giorno, specie in quelle zone in cui le usanze sono più radicate. Ma non sempre i conflitti hanno le stesse motivazioni. A Cascano (frazione di Sessa Aurunca in provincia di Caserta), infatti, la festa di san Giuseppe del 19 marzo, è l’occasione che divide la Chiesa da buona parte degli abitanti, perché mentre il parroco vuole celebrare il santo secondo la liturgia, gli abitanti, invece, misconoscendo la cerimonia religiosa, si dedicano ad una loro festa, probabilmente residuo di antichi riti agrari preparando una grande quantità di pane e di minestra da distribuire gratuitamente a tutti gli abitanti e alle persone che casualmente o di proposito passano da lì. La contrapposizione si acuì qualche anno fa, quando il parroco infastidito per non poter attuare la processione del suo santo, a causa dell’occupazione della piazza da parte degli altri festaioli, chiamò i Carabinieri perché vietassero l’altra manifestazione [10]. Poi, le acque si acquietarono e tutti trovarono la soluzione: il 18 si fa la festa del pane e della minestra, il parroco celebra san Giuseppe il giorno dopo. Tra l’altro il rituale della preparazione del cibo e del suo  consumo comunitario non è una tradizione della sola Cascano perché essa è abbastanza diffusa in molti paesi dell’Abruzzo. [11].

4.-

Questi dissidi creati dal mescolamento di elementi culturali tra loro contrastanti, così numerosi nella nostra epoca, molto verosimilmente hanno costellato lo stesso percorso storico dell’umanità fin dalla sua apparizione sulla Terra, ma naturalmente non con il clamore che oggi li accompagna. Pertanto non ci tocca che osservarli, prenderne atto, senza perdere l’imparzialità dell’analisi. C’è, tuttavia, in queste situazioni un aspetto che ci turba: ci chiediamo, infatti, come sia possibile che davanti ad una novità non riusciamo a staccarci dalle nostre convinzioni per poterla giudicare oggettivamente. Forse per capire cosa succede è bene immedesimarsi nelle due posizioni discordanti del paese etneo che qui sono state illustrate.

Il comportamento attuale della Chiesa dovrebbe essere facilmente comprensibile: agli inizi della sua esistenza era una comunità che viveva nella fede di un Dio morto per salvare l’umanità dal peccato e che aveva predicato la povertà e l’amore per il prossimo. Poi, i tempi cambiarono, arrivò Costantino e la Chiesa, per restare viva, si alleò con il potere politico, fino quasi ai giorni nostri. Dopo la fine del suo potere temporale ha avuto modo di riflettere sulla sua missione, a ritornare ad una lettura attenta del Vangelo. Possiamo dire, pertanto, che la Chiesa si è trasformata seguendo l’evoluzione degli avvenimenti storici, quindi le sue decisioni odierne, di volersi liberare di tutte le scorie mondane che ne impedirebbero di vivere una piena spiritualità, sono del tutto legittime e chi ad essa sente di appartenere non può che accettarle. 

Legittimo è, tuttavia, anche difendere una tradizione su cui una comunità ha fondato buona parte della propria esistenza. In fondo i Santalfiesi per ben due secoli sono vissuti seguendo e rispettando norme dettate in nome della religione, a quei tempi rappresentata da una Chiesa che era insieme guida spirituale e temporale, e in nome, soprattutto, di un santo che si diceva fosse passato per quei luoghi e vi avesse fatto un miracolo, quindi un santo quasi compaesano. E in nome di quel culto si erano costruiti un piccolo e isolato universo in cui vivere in pace, lavorando accanitamente il terreno lavico, rendendolo coltivabile con i terrazzamenti su cui impiantare le vigne, riservandosi quindici giorni di festa ogni anno, sotto la tutela di un santo amico cui dedicare una solenne celebrazione. Un micro-universo per lungo tempo lontano dai processi storici propri dell’universo più grande e sentito quasi come scudo ed usbergo dai singoli e dalla comunità tutta.

Misconoscendo la storia della Chiesa degli ultimi decenni, le decisioni vescovili sono apparse come una violenza arbitraria e gratuita, quindi è ovvio che i Santalfiesi si siano sentiti traditi proprio da chi pensavano di essere capiti e difesi.

Un’altra causa, tuttavia, è possibile che abbia generato la resistenza dei Santalfiesi al decreto vescovile, oltre quella di una mancata informazione sulle nuove posizioni della Chiesa: essa sta nel vuoto creatosi con la scomparsa della società contadina di cui il paese etneo era parte. Il secolo ventesimo, infatti, ha visto tutto il mondo in perenne trasformazione, con capovolgimenti economici, sociali e culturali. Tali repentine e radicali mutazioni hanno creato e continuano a produrre serie preoccupazioni soprattutto in quelle piccole comunità prive di salde basi economiche e di strutture produttive, nonché sfornite di strumenti culturali idonei a capire interamente le trasformazioni in atto che tolgono ai piccoli centri urbani la possibilità di continuare ad esistere, così che, senza più avere alcuna prospettiva di crescita, sono destinate ad un lento e continuo declino e allo spopolamento. Il paese di Sant’Alfio vive in questa situazione ormai da lungo tempo, né le molte feste religiose né le innumerevoli sagre, né le altre attività tipiche della cultura di massa riescono a dare quell’impulso ad una rinascita che eviti di farlo diventare una delle depauperate aree interne. L’unica certezza rimasta ai Santalfiesi è la festa del santo patrono, con le sue luminarie, la solennità della messa cantata, le sue bande musicali, il frastuono degli scoppi dei fuochi d’artificio. Ma anch’essa sembra destinata a ridimensionarsi, se non a sparire addirittura. Una insufficiente informazione sulle vicende recenti della Chiesa, dunque, e soprattutto le incertezze dei singoli e di tutta la comunità sul proprio futuro sono probabilmente le motivazioni che stanno alla base della contestazione nei confronti del decreto vescovile, che vuole ridurre gli aspetti laici e tradizionali di una festa religiosa che per due secoli ha segnato l’esistenza di un paese e nutrito la sua cultura. 

NOTE

[1] G. MORABITO, Alfio, Filadelfo, Cirino, Agatone e CC., in «Bibliotheca Sanctorum», Ist. Giovanni XXIII, Pontificia Università Lateranense, Roma 1961-68, vol. I, coll. 832-34.

[2] M. Fresta, La festa di sant’Alfio, in «La Ricerca Folklorica», (oggi rinominata «Erreffe»), n. 25, Brescia 1992.

[3] In genere, l’organizzazione delle feste si affida ad un Comitato nominato dal parroco e dal consiglio pastorale parrocchiale; a Sant’Alfio, invece, l’organizzatore è un privato che si candida all’ufficio o per devozione al santo o per grazia ricevuta. Egli ha poteri decisionali insindacabili per tutto quanto concerne la festa; al clero non restano che le funzioni religiose.

[4] Il denaro occorrente per la celebrazione viene raccolto con tutta una serie di questue, complesse, faticose e non sempre regolari (si veda M. Fresta, La festa di S. Alfio, cit). Non si tratta di somme piccole: al tempo della mia ricerca la festa costava circa cento milioni di lire, oggi si va verso cifre molto più alte. A volte, il denaro raccolto non è bastato a pagare tutte le spese, in questo caso è sempre intervenuta la popolazione, rafforzando così il giudizio che la festa sia proprio una vicenda del tutto laica.

[5] Il documento intitolato Direttorio della pietà popolare e della Liturgia è consultabile liberamente sul Web.

[6] Fortunatamente non è questo un caso che riguarda Sant’Alfio.

[7] Forse sarà ancora possibile leggerlo, se tutto non è stato cancellato, sul sito di Facebook Se sei di Sant’Alfio. Sullo stesso sito si trova l’intervento di M. S. citato appresso.

[8] R. Nogaro, Ero straniero e mi avete accolto. Il Vangelo a Caserta, con Orazio La Rocca, Laterza, Roma-Bari 2009.

[9] Di Berardino Palumbo si vedano: Fuoco di devozione e “politiche inquietudini”, accolto nel volume La forza dei simboli, a cura di I. Buttitta e R. Perricone, Folkstudio, Palermo 2000, pp. 237-282; e poi L’Unesco e il campanile, Meltemi, Roma 2013.

[10] Ho tratto queste notizie da F. Marino, Religiosità popolare e/o pietà popolare?, Tesi di Laurea, Relatori proff. Sergio Carriero e Arturo Formola, ISSR Interdiocesano SS. Apostoli Pietro e Paolo, area casertana, Capua 2023.

[11] Per le feste solstiziali in Abruzzo si veda E. Giancristofaro, Totemajje, edito da «Rivista Abruzzese», Lanciano 2012.