Il lettore pensoso del calo preoccupante della fede nella nostra nazione, impietosamente attestato dai dati ISTAT e da ogni ricerca sociologia, e, pertanto, interessato alla promozione della nuova evangelizzazione troverà senz’altro molto stimolanti le riflessioni contenute in questo numero di Tela, la rivista dell’ISSR “Santi Pietro e Paolo” dell’area casertana.
L’argomento trattato nei vari saggi, esito di un convegno, è, infatti, la “pietà popolare” che dell’evangelizzazione è simultaneamente una buona preparazione, un frutto maturo, una metodologia efficace.
Dai contributi emerge anzitutto un approccio multidisciplinare al fenomeno della “pietà popolare” (termine che adoperiamo come sinonimo di “religiosità popolare”, pur consapevoli delle diverse accezioni che i due vocaboli possano assumere). La complessità della “pietà popolare” richiede, infatti, la pluralità delle metodologie di studio: sono interpellati vari saperi, da quello dell’antropologia culturale e della sociologia delle religioni, a quello della storiografia, secondo la prospettiva della nouvelle histoire des Annales, e, naturalmente, a quello della teologia pastorale al quale va affidato un compito di raccordo e di unificazione.
In secondo luogo, gli articoli di questo numero della rivista condividono, esplicitamente o implicitamente, il superamento di ogni diffidenza e persino di arrogante disprezzo nei confronti della pietà popolare che ne ha condizionato la comprensione e soprattutto la valorizzazione pastorale in anni finanche recenti quando si è voluto opporre alla “fede” dei savants, autoproclamatasi matura, la “religiosità” del popolo con le sus tradizioni e la sua ritualità, secondo un pernicioso modello di pensiero, nato nell’ambito della teologia protestante e ingenuamente recepito anche in campo cattolico, che ritiene la “fede” estranea alla “religione”. Questo è gnosticismo, una delle eterne tentazioni del Cristianesimo.
La categoria d’ “inculturazione”, giustamente più volte richiamata in questo numero della rivista o, ancora meglio d’incarnazione, coglie invece la relazione tra “fede” e “religione”, analogamente all’esemplare calcedoniano che distingue e non confonde, unisce e non separa divino e umano. Simul stabunt, simul cadent. Insieme, “fede” e “religione” si sviluppano, si comprendono, si arricchiscono, senza complessi di superiorità e di inferiorità.
Sono molti significativi, negli articoli che si leggono in questa pubblicazione, i riferimenti costanti al Magistero ecclesiale, soprattutto pontificio, che invitano a sentire la pietà popolare non come una malattia dell’esperienza di vita cristiana da cui guarire (di qui la cautela con la quale intendere il termine “purificazione” a proposito delle manifestazioni delle espressioni religiose popolari) o, perlomeno, da limitare, ma piuttosto come a un’opportunità pastorale perché il messaggio del Vangelo sia tradotto in vissuto quotidiano, grazie al linguaggio della pietà popolare che coinvolge sinteticamente tutte le facoltà conoscitive e volitive dell’uomo con una prevalenza di quelle affettive, che, parlando al cuore, si incidono profondamente nell’anima.
Un altro tratto di evince dalla lettura integrale di questo numero della rivista è la “permanenza” delle forme di pietà popolare che, anche quando cessano di esistere i contesti socio-culturali in cui sono nate e fiorite, lasciano tracce visibili nel linguaggio e nella comunicazione tout court, nell’arte e, naturalmente, nella pratica religiosa. Giungono anche a rigenerarsi e rivivere, se obsolete e poco sentite, ma tenacemente non possono morire. La conservazione delle forme della pietà popolare può essere operata anche in contesti del tutto secolarizzati che le risemantizzano ma non possono eliminare quell’anelito religioso che le ha originate.
Ed inizia qui la pars destruens che non va sottaciuta, come non è sottaciuta dagli autori degli articoli. Per essere luogo teologico e metodologia di evangelizzazione dalla pietà popolare vanno estirpati quegli elementi che, in realtà, le sono estranei ma che si nascondono e si camuffano in essa, finanche le infiltrazioni mafiose, ennesima declinazione della religio instrumenti regni, o le degenerazioni superstiziose che ne inficiano la profonda ricchezza teologica: il senso della provvidenza divina, l’affidamento filiale alla Madre di Dio e alla sua potente intercessione, la compagnia dei santi mediatori nella e per la chiesa, la commozione per il Mistero della Natività e della Passione, l’umile richiesta di aiuto per le attività umane e la protezione sui luoghi ove esse si svolgono, la dignità delle “cose” in una visione armoniosa della creazione, la comunione con le anime dei defunti.
Perché questa visione cristiana della vita sia dunque salvaguardata e potenziata, agli operatori pastorali si richiede grande intelligenza di cuore, oltre che di mente, e, allo stesso tempo, quella “fantasia” della carità pastorale che sa trarre dal tesoro della Tradizione nova et vetera affinché anche nel mondo sempre più secolarizzato dell’occidente sia proprio l’adattamento delle antiche forme di pietà popolare una via efficace perché il messaggio del vangelo restituisca senso e speranza ai singoli individui e la comunione ecclesiale sia vissuta nella sua duplice dimensione sincronica e diacronica.
È questo, dunque, l’appello che nasce dalla lettura di queste pagine. Sono interessanti per le informazioni che contengono, a volte impreviste, e le riflessioni che svolgono con il doveroso rigore. Sono soprattutto l’avvio di un laboratorio di pastorale perché la teologia sia compagna della vita e la via sia elevata alla virtuosità della bontà e della verità.