Guido Cumerlato Direttore dell’ISSR Interdiocesano “Ss. Apostoli Pietro e Paolo” – Area Casertana, Capua; docente stabile di Teologia Dogmatica.
Nel primo Convegno tra i docenti dell’ISSR Interdiocesano di Capua “SS. Apostoli Pietro e Paolo” del 2023 si è voluto affrontare la questione – quanto mai spinosa – della «religiosità popolare»¹ o della «pietà popolare»².
Nella comprensione che intercorre delle sostanziali differenze, si è arrivati al comune accordo sulla “bontà” di riconoscere la pietà popolare un «luogo teologico». «Come dev’essere intesa e compresa oggi? Che valore dare nella vita ordinaria dei più? In che modo la teologia debba considerarla e valorizzarla?». Sono queste alcune domande che la comunità docente ha voluto affrontare e, nella possibilità, dare delle risposte.
Il filo rosso
Sembra, da queste prime battute, che l’interesse del Convegno sia stato quello di evidenziare come la «religiosità popolare» e in seguito la «pietà popolare» siano da considerarsi come «germi» di quell’unica verità che è il Cristo posti nella «terra fertile» della vita di un popolo che chiede di «credere».
Nel dire questo, si constata come nella vita di fede ordinaria – dove fattivamente prendono vita le pratiche religiose – sussistono non poche «confusioni» ed addirittura degli «errori» dottrinali, non confacenti a quanto annunzia l’Evangelo. «Perché?». A questa domanda, risponde don Francesco Feola:
Nell’Evangelii Gaudium, Papa Francesco afferma che la pietà popolare è frutto della inculturazione del Vangelo. Nel corso dei secoli, i popoli hanno trovato modalità vicine alla loro cultura per esprimere i fondamenti della fede nel Signore Gesù (cfr. EG, 122)³.
Certo… ma ad esse si constata anche il contrario, dovuto da forme culturali che prendono vita da un tessuto sociale povero di valori. Questo perché:
«Non esiste la nuda fede o la pura religione. In termini concreti, quando la fede dice all’uomo chi egli è e come deve incominciare ad essere uomo, la fede crea cultura [e si viene a incarnare in un tessuto sociale proprio]. La fede [per questo] è essa stessa cultura…» ci ricorda Joseph Ratzinger (cf. Cristo, la fede e la sfida delle culture, in «Nuova Umanità» 16, 1994, n° 6). Questo binomio fede/cultura è consegnato alla Chiesa perché ne tragga giovamento l’annuncio del Vangelo e la Grazia di Dio nei Sacramenti. Scrive il Cardinale Scola: «Il circolo cultura-fede rimarrebbe tuttavia senza carne né sangue se non si considerasse il ruolo delle tradizioni. Nulla, infatti, è più astratto dell’immagine di un individuo che edifichi, ogni volta da capo, la propria interpretazione culturale, nata con lui e con lui destinata a morire. Ben più concretamente, l’interpretazione culturale della fede si attua e si trasmette di generazione in generazione nelle tradizioni, offerte alla libera verifica dei singoli. Contrariamente a quanto una mentalità individualistica indurrebbe a pensare, appartenere a una tradizione non è una limitazione della libertà e inventiva personale ma, al contrario, è la condizione del loro miglior esercizio, poiché fornisce un’ipotesi di partenza nella lettura del reale. Le tradizioni, nell’inesausta dialettica tra dare e ricevere che l’etimologia del termine suggerisce, si presentano pertanto come luogo del concreto esercizio dell’inevitabile interpretazione culturale di ogni fede. Proprio per questo esse appaiono sempre bisognose di purificazione e critica, poiché, come afferma Pascal, “per quanta forza abbia tale antichità, la verità deve sempre avere la meglio, quantunque di recente scoperta, giacché essa è sempre più antica di tutte le opinioni che se ne sono avute”» (Oasis, 10, 2019)⁴.
In virtù di quanto detto, ricordiamo che, nella Evangelii Gaudium⁵, al numero 126, papa Francesco specifica che nella pietà popolare – come nella religiosità popolare – tutto:
è frutto del Vangelo inculturato, [e questo dice che in essa] è sottesa una forza attivamente evangelizzatrice che non possiamo sottovalutare: sarebbe come disconoscere l’opera dello Spirito Santo. Piuttosto, siamo chiamati ad incoraggiarla e a rafforzarla per approfondire il processo di inculturazione che è una realtà mai terminata. Le espressioni della pietà popolare hanno molto da insegnarci e, per chi è in grado di leggerle, sono un luogo teologico a cui dobbiamo prestare attenzione, particolarmente nel momento in cui pensiamo alla nuova evangelizzazione⁶.
Luogo teologico
Quando si è detto all’inizio, ritorna preponderante. La pietà popolare è da considerarsi quale «luogo teologico» dove il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe manifesta, in Cristo morto e risorto, il suo infinito amore di Misericordia. Questo è da ritenersi «un punto di riferimento» ovviamente da essere ripensato per una nuova evangelizzazione. Ed è qui che si fanno presenti alcune domande: «In che modo si debbano intendere queste parole? Quale sia il loro senso? Dove essere conducono nel cammino di fede del popolo di Dio?».
A questi quesiti risponderanno i vari docenti dell’ISSR. Essi verranno a confermare come la pietà popolare – a suo modo e sua maniera – «riorienti» il popolo a Dio con un suo «proprium».
Ed è qui che sorge il problema, questo «proprium»! La Chiesa viene in soccorso a questo mistero di «inculturazione» che esige un impegno: condurre la religiosità popolare e la pietà popolare a tutto all’Evangelo e alla «coerenza di vita, tradotta in opere buone, in forme di rinuncia a ciò che è superfluo e voluttuario, in manifestazioni di solidarietà con i sofferenti e i bisognosi»⁷. Così, ricorda Feola: c’è bisogno di promuovere un discernimento ecclesiale comune che tenga presente «tre verbi».
Discernere, accompagnare, purificare… questi i verbi che i Pastori e le Comunità cristiane sono chiamate a riscoprire e a praticare affinché le manifestazioni che dicono al mondo la fede in Cristo, siano realmente espressione di una fede concretamente vissuta. Siano espressione di quanto il popolo di Dio ha accolto, meditato, celebrato e quindi manifestato. La Chiesa […] è chiamata, nel suo porsi a servizio della pietà popolare, a coniugare quei verbi affinché le tradizioni consegnate da secoli di fede dicano al mondo di oggi la bellezza, la forza e la gioia del Vangelo di Cristo⁸.
Spera
Prima di proporre la scaletta degli interventi dei docenti che tennero il Convegno, riteniamo arricchente citare ciò che papa Francesco afferma nel suo libro-autobiografia del 2025. Al capitolo 16 – «Come un bimbo in braccio a sua madre» – egli esamina, tenendo presente la sua esperienza di fede, come la pietà popolare abbia influito nella vita ecclesiale latino-americana.
Partiamo nel dire che «nessun uomo è un’isola, completo in se stesso»⁹ e, ancora, «Dio non si vergogna del suo popolo, non si vergogna di camminare nella storia»¹⁰. Queste due affermazioni, di per sé scontate, sono utili per capire come la religiosità popolare e la pietà popolare, congregando i più, attestino come Iddio sia presente nella storia.
Il come egli sia percepito è oggetto di studio teologico-pastorale che impegna, difatti, l’intera Chiesa a ripensarsi e a ripensare il come la fede si «nutra» di sue forme particolari. Nel tener presente, così, come la pietà popolare sia vissuta in tutto il continente latinoamericano, egli scrive: essa «è una grande ricchezza che Dio ci ha dato»¹¹. La Conferenza Episcopale di Aparecida – tenutasi in Brasile, dal 13 al 31 maggio 2007 – la chiama «spiritualità popolare». Ovvero, si afferma che essa può essere pensata come:
strada originale sulla quale lo Spirito Santo ha condotto e continua a condurre milioni di nostri fratelli. Non si tratta soltanto di manifestazioni di religiosità che dobbiamo tollerare, si tratta di una vera e propria spiritualità che deve essere rafforzata secondo le sue proprie vie. Non è la Cenerentola di casa. Non sono quelli che non capiscono, quelli che non sanno, che «dobbiamo educare». Aparecida ci ricorda che molti di quegli uomini e di quelle donne «colpiti, ignorati e depredati, non abbassano le braccia. Con la loro caratteristica religiosità si aggrappano all’immenso amore che Dio ha per loro e che li fa tornare consapevoli della propria dignit໹².
Quanto afferma papa Francesco è particolare. Egli risignifica ogni espressione popolare, invitando ogni membro della Chiesa a saperne fare dovuto discernimento, costatando che in essa vige una «memoria di un popolo». Sottovalutarla o ancor peggio misconoscerla comporterebbe un sminuire l’opera dello Spirito «e l’iniziativa gratuita dell’amore di Dio»¹³.
A questo, è bene aggiungere che la Chiesa è chiamata a farsi attenta a queste forme particolari di espressioni di fede presenti nel popolo di Dio, in quanto è lì che si ritrova la Chiesa «vera», quella «povera», quella dell’Evangelo. Ecco come essa apprende che la fede «si esprime sempre culturalmente. È soprattutto una grazia divina la fede, ma è anche un atto umano, e pertanto un atto culturale»¹⁴.
Nel momento in cui essa annunzia l’Evangelo al mondo predica quel Gesù che «vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri, che accettiamo veramente di entrare in contatto con la loro esistenza concreta e conosciamo la forza della tenerezza»¹⁵.
La Vergine Maria
Rifacendoci al Documento di Puebla¹⁶, pubblicato nel 1979, si vede come nelle forme di pietà popolare, la Vergine Maria abbia un posto del tutto particolare. Richiamandosi alla tradizione ecclesiale, papa Francesco dice che unire «Cristo e Maria non è certo difficile per il modo di pensare del popolo di fede»¹⁷. Anzi, sembra un’ovvietà, giacché ella viene considerata come
«il punto di collegamento tra cielo e terra. Senza Maria, il Vangelo viene a essere disincarnato, sfigurato, trasformandosi in un’ideologia, in un razionalismo spiritualistico». Maria era una donna del popolo, umile, di periferia, una ragazza di Nazareth, piccola località della Galilea, nella periferia dell’Impero romano e anche nella periferia di Israele, che viveva del lavoro suo e di suo marito¹⁸.
I poveri, continua papa Francesco, riconoscono questo, perché ella, quale loro madre, ascolta ognuno di loro! E con lei, il povero cerca una Chiesa quale «casa aperta dove c’è posto per ciascuno»¹⁹. Ecco come la Chiesa debba risvegliarsi, ovvero assumere nuovamente la dimensione missionaria capace di sentire e valutare ciò che il popolo crede e, lì, promuovere l’Evangelo di quell’uomo-Dio che ha dato tutto se stesso per noi.
Ed è qui che suonano, ancora una volta, particolari le parole del pontefice. Egli chiede alla Chiesa stessa di saper «gioire» quando annunzia il Risorto.
Pochi […] essere viventi sanno ridere: siamo a immagine di Dio e il nostro Dio sorride. Dobbiamo farlo con Lui. Possiamo farlo persino di Lui, con l’affetto che si ha per i padri così come si gioca e si scherza con le persone che amiamo. In questo la tradizione sapienziale e letteraria ebraica è maestra […]. Più in generale, il sorriso rompe barriere, crea connessioni, aspira a mettere insieme realtà differenti, a volte anche contrarie. E dal momento che ridere è pure contagioso, una risata si trasforma facilmente in una specie di collante sociale. Dove si ride, si diffonde più comunemente uno spirito di pace e si alimenta l’interesse, quella sana aspettativa per l’altro che è tanto differente dagli «zizzanieri»²⁰.
E non solo. Una buona risata apre il cuore all’annunzio del Vangelo, scoprendo un Dio che «non sta per i fatti propri», ma è coinvolto nella storia di ognuno. Tutti siamo «chiamati alla responsabilità di farlo in modo che risponda a quel progetto di Dio che altro non è che la felicità dell’uomo, la centralità dell’uomo, senza escludere nessuno»²¹. Ecco che «il vino migliore deve ancora essere servito»²².
Struttura
Questo nuovo numero di Tela propone ben sei interventi. Li enumero, semplicemente, riportando il nome dell’autore e il titolo del loro intervento.
- C. Torcivia, Tra fede e autoconsapevolezza della fede: la sinodalità messa alla prova;
- A. Porreca, Liturgia e pietà popolare. Fecondità di un rapporto. A 60 anni da Sacrosanctum concilium;
- S. Carriero – A. Formula, Religiosità popolare, dimensione antropologiche e deviazioni sociali;
- G.P. Bortone – P. Graziano, E tu, a chi appartieni? Domande radicali e “tentazioni religiose” nella Napoli delle serie Tv e della scena musicale;
- A. Santoro, Il culto per santa Lucia in Centurano e il possibile recupero dei valori della religiosità popolare;
- L. Mozzillo, La tragedia dell’arcangelo Michele: feste patronali e trasfigurazioni culturali in un paese del sud Italia;
- M. Mazzarella, La pietà popolare tra tradizione e innovazione nel dialogo socratico;
Pace
Con l’elezione di papa Leone (8 maggio 2025), l’invito per la pace nel mondo si è fatto incessante²³. Carichi del suo incessante appello, ritengo di terminare quest’editoriale, invocando l’intervento della Vergine della «Pace» citando quanto ha scritto papa Francesco a conclusione dell’ora di preghiera sulla «Pacem in terris».
Madre, da soli non ce la facciamo, senza il tuo Figlio non possiamo fare nulla. Ma tu ci riporti a Gesù, che è la nostra pace. Perciò, Madre di Dio e nostra, noi veniamo a te, cerchiamo rifugio nel tuo Cuore immacolato. Invochiamo misericordia, Madre di misericordia; pace, Regina della pace! Scuoti l’animo di chi è intrappolato dall’odio, converti chi alimenta e fomenta conflitti. Asciuga le lacrime dei bambini – in quest’ora piangono tanto! –, assisti chi è solo e anziano, sostieni i feriti e gli ammalati, proteggi chi ha dovuto lasciare la propria terra e gli affetti più cari, consola gli sfiduciati, ridesta la speranza. Ti affidiamo e consacriamo le nostre vite, ogni fibra del nostro essere, quello che abbiamo e siamo, per sempre. Ti consacriamo la Chiesa perché, testimoniando al mondo l’amore di Gesù, sia segno di concordia, sia strumento di pace. Ti consacriamo il nostro mondo, specialmente ti consacriamo i Paesi e le regioni in guerra²⁴.
Note
¹ — «La realtà indicata con la locuzione “religiosità popolare” riguarda un’esperienza universale: nel cuore di ogni persona, come nella cultura di ogni popolo e nelle sue manifestazioni collettive, è sempre presente una dimensione religiosa. Ogni popolo infatti tende ad esprimere la sua visione totalizzante della trascendenza e la sua concezione della natura, della società e della storia attraverso mediazioni cultuali, in una sintesi caratteristica di grande significato umano e spirituale. La religiosità popolare non si rapporta necessariamente alla rivelazione cristiana. Ma in molte regioni, esprimendosi in una società impregnata in vario modo di elementi cristiani, dà luogo ad una sorta di “cattolicesimo popolare”, in cui coesistono, più o meno armonicamente, elementi provenienti dal senso religioso della vita, dalla cultura propria di un popolo, dalla rivelazione cristiana» (CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO E LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI, «Direttorio di Pietà Popolare e Liturgia» n. 10).
² — «La locuzione “pietà popolare” designa qui le diverse manifestazioni cultuali di carattere privato o comunitario che, nell’ambito della fede cristiana, si esprimono prevalentemente non con i moduli della sacra Liturgia, ma nelle forme peculiari derivanti dal genio di un popolo o di una etnia e della sua cultura» (Ibidem, n. 9).
³ — F. FEOLA, «Discernere, accompagnare, purificare la pietà popolare. Possiamo pensare che tutte le manifestazioni di fede potranno continuare ad esprimersi come se nulla d’incisivo sia avvenuto in questo tempo di pandemia? Gli spunti di riflessione del direttore dell’Ufficio per la Pietà Popolare», in https://www.chiesadinola.it/comunicazioni-sociali/indialogoblog/post/2020/4/discernere-accompagnare-purificare-la-pieta-popolare.
⁴ — Idem.
⁵ — FRANCESCO, Evangelii Gaudium nn. 1-288, in https://www.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20131124_evangelii-gaudium.html
⁶ — Ibidem, n. 126.
⁷ — CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO E LA DISCIPLINA DEI SACRAMENTI, «Direttorio di Pietà Popolare e Liturgia» n. 125.
⁸ — F. FEOLA, «Discernere, accompagnare, purificare la pietà popolare. Possiamo pensare che tutte le manifestazioni di fede potranno continuare ad esprimersi come se nulla d’incisivo sia avvenuto in questo tempo di pandemia? Gli spunti di riflessione del direttore dell’Ufficio per la Pietà Popolare», in https://www.chiesadinola.it/comunicazioni-sociali/indialogoblog/post/2020/4/discernere-accompagnare-purificare-la-pieta-popolare.
⁹ — FRANCESCO, Spera. L’autobiografia (con Carlo Musso), Mondadori, Milano 2025, 225.
¹⁰ — Idem.
¹¹ — Ibidem, 227. Cf. BENEDETTO XVI, «Discorso al Santuario dell’Aparecida. Domenica, 13 maggio 2007», in https://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2007/may/documents/hf_ben-xvi_spe_20070513_conference-aparecida.pdf.; EPISCOPATO LATINO-AMERICANO E DEI CARAIBI, Documento di Aparecida. Quinta conferenza generale dell’episcopato latino-americano e dei Caraibi, Dehoniane, Bologna 2014.
¹² — FRANCESCO, Spera, 227-228.
¹³ — Ibidem, 228.
¹⁴ — Ibidem, 229.
¹⁵ — Ibidem, 230.
¹⁶ — Cf. AA.VV., PUEBLA. L’evangelizzazione nel presente e nel futuro dell’America Latina, EMI, Quaderni-Asal, Madrid 1979. Si tenga presente anche: GIOVANNI PAOLO II, «Discorso di Giovanni Paolo II. Puebla-Messico. Domenica, 28 gennaio 1979», in https://www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/1979/january/documents/hf_jp-ii_spe_19790128_messico-puebla-episc-latam.html.
¹⁷ — FRANCESCO, Spera, 230.
¹⁸ — Idem.
¹⁹ — Ibidem, 232.
²⁰ — Ibidem, 340-249.
²¹ — Ibidem, 371.
²² — Ibidem, 372.
²³ — «Fratelli e sorelle carissimi, questo è il primo saluto del Cristo Risorto, il Buon Pastore, che ha dato la vita per il gregge di Dio. Anch’io vorrei che questo saluto di pace entrasse nel vostro cuore, raggiungesse le vostre famiglie, tutte le persone, ovunque siano, tutti i popoli, tutta la terra. La pace sia con voi! Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente» (LEONE, «Prima Benedizione “Urbi et Orbi” del Santo Padre Leone XIV, 08.05.2025», in https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2025/05/08/0299/00524.html).
²⁴ — FRANCESCO, Preghiera per la pace, Venerdì, 27 ottobre 2023, in https://www.vatican.va/content/francesco/it/prayers/documents/20231027-preghiera-pace.html