Sull’Osservatore romano del 20 settembre (https://www.osservatoreromano.va/it/news/2023-09/quo-216/l-ora-di-liberta.html?fbclid=IwAR1TZm3TeeifGnZS3kpkUTzWfnwsa4_Ido0ggr-NkFAVSaF0XAzuNPI6HzU), il direttore Andrea Monda ha promosso alcune considerazioni sull’insegnamento della religione che dovrebbero suscitare ampio dibattito e riflessione all’interno del mondo ecclesiale. Ci proponiamo di ripercorrere il suo pensiero, cercando di rendere ragione, sia della sua argomentazione generale, sia delle provocazioni che l’articolo, sia pure in maniera elegante, ha lanciato.

Il punto di partenza è la consapevolezza della necessità di ripensare e dare giusta importanza al tema dell’educazione, proprio perché stiamo assistendo sia alla crisi dei modelli educativi individualisti, sia all’emersione di fenomeni allarmanti come l’egoismo sociale, il populismo, l’apatia sociale, episodi di violenza fisica, psicologica e morale sempre più frequenti.

Questa crisi ovviamente coinvolge anche la Chiesa. Il cammino sinodale si configura come il tentativo di affrontare questa crisi, analizzando il vissuto delle comunità. Un segno in controtendenza è dato dalla scelta degli studenti di frequentare l’ora di religione. I numeri delle studentesse e degli studenti che scelgono l’IRC, soprattutto se paragonati ai numeri dei giovani delle parrocchie, sono impressionanti. Certamente gli studenti scelgono l’insegnamento della religione non perché vi riconoscano un progetto di proselitismo, ma principalmente perché, anche grazie all’opera preziosa degli insegnanti, si configura come un momento, un luogo di dialogo in cui poter far emergere la dimensione emotiva e spirituale altrimenti svalutata e mortificata.

Questi numeri mettono in evidenza un paradosso: la religione, spesso sentita come un peso normativo di cui liberarsi, può diventare esperienza di libertà, che non costringe le ragazze e i ragazzi in contenitori rigidi, fissi, ma li sollecita a una risposta creativa, libera, personale. Provocatoriamente Monda mette in evidenza come questo spazio di libertà che i giovani sperimentano a scuola dovrebbe sollecitare la vita delle parrocchie: perché non è possibile replicarlo? sono forse comunità che non riescono ad affrontare la sfida della dialogicità?

L’ultima parte dell’articolo si fa più scivolosa: «Il professore di religione è anche chiamato a svolgere una funzione “pastorale”, che non è certamente catechesi o proselitismo obliquo ma trasmissione di quella “buona vita” che si apprende dal Vangelo. Andando al significato letterale del termine, anche un non credente o un credente in un’altra religione può essere “evangelizzato”, cioè indotto a perseguire uno stile di vita improntato alla pace, alla custodia di una propria interiorità, all’ascolto, all’accoglienza dell’alterità, al perdono, all’amore». L’esperienza dell’insegnamento della religione si configura, quindi, come un’esperienza di Chiesa in uscita che mentre si pone al servizio della formazione degli uomini e delle donne del futuro, diventa al tempo stesso un’occasione di trasformazione della stessa Chiesa.

E voi cosa ne pensate?