L’esperienza coniugale di Luigi e Zelia Martin
di don Silvio Longobardi
Il titolo e il sottotitolo indicono chiaramente il focus di questa conferenza: vogliamo mettere in luce la santità che gli sposi sono chiamati a vivere e, in concreto, verificare come Luigi e Zelia hanno accolto e vissuto la sfida della “mutua santificazione” (GS 48). Prima di entrare in medias res, vorrei fare tre promesse che non considero marginali.
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1. Una chiamata per tutti
Dal punto di vista squisitamente teologico è scontato parlare dell’universale chiamata alla santità. Il Vaticano II, infatti, superando steccati storici e pregiudizi culturali, ha ribadito invece che la chiamata alla santità riguarda tutti i cristiani, indipendentemente dal loro stato vocazionale: “Tutti i fedeli, di ogni stato e condizione sono chiamati dal Signore, ognuno per la sua via, a quella perfezione di santità di cui è perfetto il Padre celeste” (Lumen Gentium, 11). Per stare al magistero più recente, nella Novo millennio ineunte (2001) Giovanni Paolo II scrive: “Chiedere a un catecumeno: « Vuoi ricevere il Battesimo? » significa al tempo stesso chiedergli: « Vuoi diventare santo? »” (Novo millennio ineunte, 31).
Papa Francesco ha pubblicato una specifica Esortazione Apostolica sulla “chiamata alla santità nel mondo contemporaneo”: Gaudete et exsultate (2016). In essa scrive che Dio “ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente” (GE 1). Non parla soltanto della santità che ammiriamo nei grandi testimoni della fede ma anche della santità ordinaria, quella che possiamo vedere “nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere”. Questa, commenta il Papa, è la “santità della Chiesa militante”, quella “della porta accanto” (GE 7).
Mi limito a queste due citazioni ma potrei aggiungerne molte altre. Se dalla teologia passiamo alla liturgia – non dimentichiamo il binomio lex credendi lex orandi – la luce non risplende così intensamente.
Se infatti passiamo in rassegna il calendario liturgico dei santi, scopriamo che gli sposi sono assenti, a parte ovviamente i santi biblici: Maria e Giuseppe, Gioacchino ed Anna. La memoria liturgica di altri santi biblici – Abramo e Sara (9 ottobre), Zaccaria ed Elisabetta (23 settembre), Aquila e Priscilla (8 luglio) – non è conosciuta. Unica eccezione, se non vado errato è quella di Monica di Tagaste, madre di sant’Agostino (27 agosto). È l’unica santa che viene ufficialmente presentata come sposa e madre.
La scarsità dei santi sposi nel santorale liturgico potrebbe far pensare che la bimillenaria storia della Chiesa non abbia prodotto testimonianze esemplari di santi coniugi da offrire alla memoria dei fedeli. Non è così, ovviamente. La cosa ancora più triste, dal punto di vista teologico, è la rimozione della veste coniugale: santa Brigida, religiosa; san Paolino, vescovo; santa Giovanna di Chantal, religiosa; santa Francesca Romana, religiosa. Sono persone che, prima di abbracciare la vita religiosa, hanno accolto e vissuto la vocazione al matrimonio.
Santa Gianna Beretta Molla, sposa e madre, è stata canonizzata nel 2004. Una vicenda esemplare ed eroica che ha commosso e ha suggerito a tante altre mamme di custodire il frutto del grembo, anche a costo della vita. La memoria liturgica è fissata al 28 aprile, giorno del dies natalis ma sul Messale non c’è traccia. Parlo del Messale che ha ricevuto da pochi anni una rivisitazione. La medesima sorta toccata a Luigi e Zelia, canonizzati nel 2015. La loro vicenda è ancora più emblematica perché è la prima coppia dei tempi moderni di cui la Chiesa ha riconosciuto la santità. Una storia come questa dovrebbe essere proposta a tutti e invece… Non si tratta di una dimenticanza ma di un peccato di omissione che manifesta quanto cammino dobbiamo ancora fare prima di dare agli sposi pieno diritto di cittadinanza.
Ad essere onesti dobbiamo riconoscere che la nuova edizione del Rito del matrimonio (2004) prevede una breve litania dei santi e chiama in causa proprio i santi sposati:
Santi Zaccaria ed Elisabetta,
San Giovanni Battista,
Santi Aquila e Priscilla
Santi Mario e Marta
Santa Monica
San Paolino
Santa Brigida
Santa Rita
Santa Francesca Romana
San Tommaso moro
Santa Giovanna Beretta Molla
Un passo in avanti ma non basta. Si parla tanto, e giustamente, di una questione femminile nella Chiesa ma… non ho mai sentito parlare di una questione coniugale. Eppure questo capitolo non è meno urgente, se pensiamo che l’attuale cultura tende a deformare la grammatica della famiglia e a svalutare il ruolo che può avere nella società.
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2. I santi, una parola di Dio
I santi non sono eroi ma umili discepoli, non sono i campioni dell’umanità ma i testimoni della grazia, non esaltano le capacità umane ma mostrano la fecondità della fede. Prima di tutto e più di tutto sono un frammento del volto di Dio. Francesco di Assisi viene spesso ricordato come il Santo che più di tutti si avvicina a Cristo, fino al punto da essere una sua vivente immagine. In effetti, la santità non solo viene da Dio ma è una parola di Dio, cioè una parola che manifesta con eloquenza invincibile la verità e la fecondità della Scrittura.
Il Concilio Vaticano II insegna che Dio desidera rivelarsi e manifestare la sua volontà attraverso “gesti e parole intimamente connessi” (Dei Verbum, 2). Dio non vuole restare nascosto ma nello stesso tempo si rivela con infinita discrezione. Possiamo individuare tre vie differenti e complementari:
a) la prima, evidentemente quella più importante, è la Scrittura, nel testo sacro la luce risplende in tutta la sua interezza, qui troviamo la verità essenziale; b) il Signore parla anche attraverso la Chiesa, la sua dottrina, la sua vita e la sua liturgia. Tutto questo forma la Tradizione: c) e infine, Dio parla attraverso i santi e le sante, la vita degli uomini e delle donne che hanno fedelmente risposto alla vocazione del battesimo è un’autentica parola di Dio e, non poche volte, ci aiuta a comprendere in modo nuovo e più profondo le parole della Scrittura.
Se dunque vogliamo realmente conoscere la volontà di Dio, dobbiamo metterci ogni giorno in ascolto della Parola che risuona nella Bibbia, e dobbiamo farlo con la semplicità dei bambini che hanno bisogno del latte materno. Dobbiamo anche, e con uguale passione, accogliere con fiducia la parola della Chiesa. E infine, siamo chiamati ad ascoltare quella parola che Dio semina nella storia attraverso l’esperienza dei santi. Sono tre vie differenti e complementari.
Non basta parlare della santità, dobbiamo parlare dei santi, anzi far parlare i santi. La santità rischia di essere un concetto teologico, i santi sono carne e sangue, frammenti di un’umanità toccata e trasfigurata dalla grazia. I santi ci portano sul Tabor. La proclamazione dei santi risponde a tre motivi:
- I santi sono testimoni qualificati della fede, mostrano che il Vangelo non è un’utopia ma si è incarnato e continuamente s’incarna nella storia grazie a quanti, uomini e donne, hanno accolto con fede la Parola.
- I santi sono modelli di vita evangelica e incoraggiano tutti i battezzati a camminare con audacia e fiducia nelle vie del Vangelo.
- I santi vivono nell’eternità di Dio ma non sono estranei alle vicende della storia, per questo intercedono a favore dei credenti e dell’intera comunità cristiana.
Conoscere e far conoscere i santi non è un lusso ma un dovere. Proclamare i santi significa far conoscere la loro storia. In una magnifica omelia, pronunciata in occasione della festa di tutti i santi, san Bernardo afferma giustamente: “I santi non hanno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto. È chiaro che, quando ne veneriamo la memoria, facciamo i nostri interessi, non i loro”.
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3. La santità della porta accanto
Un’ultima premessa. Dobbiamo distinguere santità e canonizzazione. Non tutti i santi vengono canonizzati. Sono pienamente convinto che esiste una santità ordinaria che resta nascosta agli occhi del mondo, quella che Papa Francesco chiama la “santità della porta accanto”. E sono convinto che la vita santa di Luigi e Zelia sarebbe rimasta nascosta senza la testimonianza luminosa e straordinaria di Teresa, l’ultima di nove figli. Il meticoloso processo che ha portato alla canonizzazione della giovane carmelitana ha permesso di conoscere in dettaglio la vita della famiglia Martin e di comprendere che la vita della Santa era il frutto maturo di una famiglia in cui la fede aveva pieno diritto di cittadinanza. D’altra parte, la stessa Teresa scrive di essere nata e cresciuta in una “terra santa”.
I santi sono molto più numerosi di quelli che la Chiesa ha ufficialmente proclamato. “i santi canonizzati – diceva una monaca – sono quelli che si affacciano sulla terrazza, tutti gli altri sono all’interno del palazzo”. Quelli che la Chiesa riconosce e consegna ai fedeli come testimoni sono posti sul candelabro perché facciano luce “a tutti quelli che sono nella casa” (Mt 5,15).
È Dio che sceglie quali santi porre sul candelabro, è Lui che suscita apostoli capaci di mettere in luce la testimonianza fedele ed eroica di alcuni. È Lui che compie prodigi per intercessione dei santi. Dio ha piena libertà di scegliere ma la Chiesa ha il compito di scrutare con maggiore attenzione la vita santa dei suoi fedeli. In vista del grande Giubileo dell’anno 2000, Giovanni Paolo II faceva questa richiesta: “In special modo ci si dovrà adoperare per il riconoscimento dell’eroicità delle virtù di uomini e donne che hanno realizzato la loro vocazione cristiana nel Matrimonio: convinti come siamo che anche in tale stato non mancano frutti di santità, sentiamo il bisogno di trovare le vie più opportune per verificarli e proporli a tutta la Chiesa a modello e sprone degli altri sposi cristiani” (Terzio millennio adveniente, 37).
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4. Le fonti
La storia dei santi si ricostruisce attraverso gli scritti e le testimonianze. Prima di procedere è bene indicare le fonti.
1. Scritti dei santi.
In primo luogo possiamo utilizzare gli scritti dei santi sposi. Si tratta della fonte principale perché è come un selfie e consente di entrare nel cuore e nella vita della famiglia Martin, superando letture posteriori che potrebbero anche essere alimentate dalla devozione.
Zelia ha scritto 217 lettere distribuite nell’arco di 14 anni (1863-1877). Ne ha scritte certamente molte altre, purtroppo non tutte sono state conservate. Sono andate distrutte quelle inviate alla sorella monaca perché all’epoca le religiose dovevano radicalmente distaccarsi dai legami familiari. Per errore, sono state distrutte anche le missive inviate a Maria, la primogenita, per prepararla alla Prima Comunione (cfr. C. Martin, Incomparabili genitori, 118).
Luigi non amava scrivere, abbiamo comunque 16 lettere che abbracciano un periodo di 25 anni (1863-1888); di queste, una sola è indirizzata alla moglie (1863), un paio agli amici, tutte le altre alle figlie.
In apparenza le lettere di Zelia non offrono meditazioni spirituali ma raccontano frammenti della vita quotidiana. E tuttavia, proprio in queste pagine s’intravede quella santità che gli sposi sono chiamati a vivere nel contesto ordinario della vita familiare. Sono pagine in cui si sente il profumo di Dio attraverso una fede che si nutre di preghiera e si manifesta nella carità.
2. Le testimonianze.
Il secondo gruppo delle fonti è quello delle testimonianze offerte da quanti hanno conosciuto personalmente i santi. La prima e più importante testimone, quella che di fatto ha introdotto la causa della canonizzazione, è santa Teresa di Gesù Bambino. Qualcuno ha detto che Teresa è la prima postulatrice dei suoi genitori. Ed è vero! I suoi scritti (lettere, poesie e soprattutto Storia di un’anima) sono una fonte si straordinario valore. Non meno valore dobbiamo attribuire alla testimonianza delle altre figlie (Maria, Paolina, Leonia e Celina) che, oltre alle lettere, hanno avuto il privilegio di partecipare al processo di canonizzazione della sorella e di ricostruire dettagliatamente il clima familiare. Il processo si è svolto nel secondo decennio del Novecento e dunque a ridosso della vicenda biografica dei santi.
Un ruolo tutto particolare va attribuito a padre Stephane Joseph Piat (1899-1968), francescano, che ha dedicato molti anni della sua vita ad approfondire la vicenda biografica della famiglia Martin. È stato ordinato presbitero nel 1925, lo stesso anno della canonizzazione di Teresa, ha iniziato a frequentare il Carmelo di Lisieux alla fine degli anni ’30. I contatti personali con le figlie carmelitane e la possibilità di leggere le fonti gli hanno permesso di scrivere un’accurata biografia che ricostruisce dettagliatamente la vita della famiglia Martin. Il libro, pubblicato nel 1945, ha per titolo Storia di una famiglia. Gli studi successivi e le altre biografie non hanno tolto valore a questo testo che viene giustamente ristampato e può essere considerato come la pietra miliare per entrare nel mondo di questa famiglia.
Agli inizi degli anni ’50 Celina Martin, sospinta e aiutata da padre Piat, ha scritto due agili memorie biografiche, dedicate ai suoi genitori. Sono testi di particolare importanza perché offrono dettagli indispensabili per ricostruire l’esperienza di fede di Luigi e Zelia. Alla fine degli anni ’50 furono aperti i processi di canonizzazione, uno per ciascuno degli sposi, secondo le regole canoniche del tempo. Il processo ha permesso di raccogliere altre testimonianze.
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5. Santità feriale, un seme gettato nella terra
Presentare un’esperienza di santità nell’arco di una conferenza è impresa impossibile. Non ho questa pretesa. Posso però approfondire alcuni aspetti che mettono maggiormente in luce la fede eroica che essi hanno avuto. Quanto basta per suscitare il desiderio di esplorare questa via attraverso altri scritti.
Luigi Martin (1823-1894) e Zelia Guérin (1831-1877) sono vissuti a metà dell’Ottocento, beatificati nel 2008 da Benedetto XVI e canonizzati nel 2015 da Papa Francesco. Sono i primi sposi dei tempi moderni ad essere proclamati santi, i primi ad essere canonizzati insieme e proprio in quanto coppia.
Il differente contesto sociale ed ecclesiale in cui sono vissuti non li rende lontani e non li fa apparire estranei, al contrario mostra la fecondità della fede che in ogni tempo sostiene e plasma la vita dei credenti. La loro testimonianza è sostanzialmente legata alla vicenda della vita domestica: la comunione coniugale, l’accoglienza e l’educazione dei figli, il lavoro e la preghiera, la sofferenza e la morte. La fede, quando è autenticamente vissuta, insegna a scrivere pagine di carità, mette nel cuore l’impegno per la giustizia, accende il desiderio missionario. La fede dà un gusto nuovo alla vita.
Quella di Luigi e Zelia è una vita semplice che non assurge alla cronaca, apparentemente resta confinata nelle mura domestiche in realtà è seme di Vangelo che porta frutti di santità; è luce che ancora oggi risplende e rischiara il cammino di tanti credenti. La vita dei coniugi Martin è tutta impregnata di una luce che non è opera dell’uomo, una luce che Luigi e Zelia hanno sempre invocato e accolto con fede.
Quando parliamo dei santi appare dinanzi ai nostri occhi l’immagine di una statua già realizzata in tutte le sue parti. E dimentichiamo che la santità è il frutto maturo di un processo di santificazione – divinizzazione, direbbero gli orientali – che abbraccia tutta la vita e tutti giorni della vita. I santi non hanno percezione di essere tali, anzi si vedono pieni di difetti ma… conoscono la meta e desiderano arrivarci. È questa la differenza tra coloro che fanno dei limiti un’occasione per arrendersi e rimanere nella mediocrità e quelli che, malgrado tutto, restano fedeli all’ideale evangelico che si riassume nelle parole che Gesù rivolge a tutti: “Siate perfetti” (Mt 5,48).
Ad Alençon, nella chiesa dove Luigi e Zelia hanno celebrato le nozze nella notte tra il 12 e il 13 luglio 1858, nello spazio orante appositamente dedicato ai santi sposi, sono poste tre piccole statue in legno che raffigurano gli sposi in tre diversi momenti del loro cammino: la prima presenta figure ancora informi, la seconda inizia a mostrare le fattezze del volto, nella terza i volti sono raffigurati in ogni dettaglio. La santità è la meta, la santificazione è la via.
La prima ad essere convinta di essere in cammino, è proprio Zelia. Invita le figlie ad avere a non accontentarsi dei traguardi umani ma a puntare alla santità. E poi, con umiltà, riconosce di essere ancora lontana dalla meta:
Dal momento che Dio solo è Santo, il cammino di santificazione avviene se viviamo ogni cosa sotto lo sguardo di Dio, se abbiamo coscienza che tutto appartiene a Lui e tutto resta sottomesso alla sua volontà. Jean Clapier riassume così l’esperienza dei Martin: “Poiché tutto è consacrato a Dio, tutto è occasione di crescita, di maturazione, di compimento in Dio, per Dio, con Dio” (Luigi e Zelia Martin, p. 105).
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6. La vita orante
L’esperienza di Luigi e Zelia apparentemente è uguale a quella di tante altre famiglie, in realtà è un riflesso di quella santità che viene da Dio e svela il suo volto. I santi coniugi di Alençon hanno fatto della vita nuziale una corsa a due, un itinerario umano pervaso da una fede viva e palpitante che ha dato al loro vissuto coniugale e familiare uno slancio straordinario e una capacità di affrontare le difficoltà della vita che non si trovano tanto facilmente.
Un’esperienza così intensa non è frutto dell’umana capacità ma scaturisce dalla preghiera. Non è mai inutile far risuonare quelle parole di Gesù che annunciano la sostanziale incapacità dell’uomo:
“Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché
senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5).
L’adesione piena e sincera alla volontà di Dio è solo la premessa, di fatto s’incarna in una vita coerente solo se, attraverso la preghiera e la vita sacramentale, restiamo uniti al Signore. Chi pensa di fare tutto e solo con le sue forze, rischia di trovarsi ben presto senza energie e di fermarsi lungo il cammino.
Non possiamo esplorare in tutti i suoi dettaglia la vita interiore di Luigi e Zelia, anche perché entrambi sono piuttosto riservati nel comunicare gli affetti più intimi, ma possiamo richiamare quelle scelte che hanno segnato e sostenuto il loro cammino interiore. La vita di preghiera segue i canali ordinari della vita ecclesiale, sono tre quelli fondamentali: l’ascolto della Parola, l’amore per la Santa Vergine e la vita eucaristica.
Luigi e Zelia sono vissuti in un’epoca in cui la Sacra Scrittura era ben lontana dall’essere considerata “cibo dell’anima, sorgente pura e perenne della vita spirituale” (Dei Verbum, 21). In casa Martin non c’era una Bibbia e dunque mancava un contatto diretto e immediato con la Parola di Dio. Ma possiamo dire con tutta sicurezza che essi sono rimasti costantemente in ascolto di Dio. In fondo è questo che conta. Luigi e Zelia hanno sviluppato una particolare vigilanza spirituale che ha permesso loro di riconoscere gli appelli e le parole che Dio seminava nella loro vita. Il Padre celeste non fa mancare la luce a chi lo cerca con tutto il cuore ed è sinceramente pronto a compiere la sua volontà. A volte si tratta di semplici intuizioni, altre volte di incontri che hanno un sapore provvidenziale. È bene anche ricordare che Zelia aveva trovato nel parroco di Montsort una guida spirituale (C. Martin, Incomparabili genitori, 132).
Osservando le scelte di Luigi e Zelia possiamo dire con certezza che il loro sguardo era sempre rivolto a Dio. “Sia fatta la volontà di Dio”, scrive Zelia al fratello quando scopre di non poter più dare il latte materno alle sue figlie (LF 8, 16 maggio 1864). In un’altra lettera parlando della sorella, monaca alla Visitazione, dice: “Noi discorriamo insieme di un mondo misterioso, angelico…” (LF 12, 5 marzo 1865). Chi cerca Dio con tutto il cuore, trova la sua gioia nel fare sempre e solo ciò che è gradito a Lui.
Il primo passo del cammino a due avviene su uno dei ponti di Alençon, la cittadina normanna in cui Luigi e Zelia sono cresciuti. Quel giorno del mese di aprile la giovane vede per la prima volta Luigi, resta senza dubbio colpita da quell’uomo di 35 anni, alto e di bell’aspetto, ma i sentimenti non bastano, s’insinua anche una voce interiore che sussurra: “è l’uomo che ho preparato per te”. Il matrimonio appare fin dall’inizio come una vocazione, un suggerimento discreto che lo Spirito semina nel cuore. Se tutto nasce da Dio, tutto cresce nella misura in cui si resta legati a Lui. Ed è proprio quello che hanno fatto i nostri santi coniugi.
La spiritualità dei coniugi Martin ha una forte impronta eucaristica che si manifesta sia nella comune partecipazione alla Messa quotidiana sia nell’adorazione eucaristica. Due modalità diverse e complementari. La testimonianza di Celina è piuttosto circostanziata su questo punto:
“Nostro padre andava ogni giorno a una Messa mattutina […] Accompagnato da mia madre, lasciava di buon’ora la casa, così che i vicini dicevano: «Sono i santi coniugi Martin che vanno alla Messa, dormiamo” (C. Martin, 13).
La Messa è un punto fermo, un passaggio indispensabile. Prima di immergersi nella storia quotidiana, fatta di impegni e responsabilità, Luigi e Zelia bussano alla porta di Dio. Non è sempre facile, la stanchezza è sempre in agguato ma non le impedisce di essere fedele, come appare in questo dettaglio epistolare: “Questa mattina dormivo vestendomi, dormivo quasi camminando, dormivo alla prima messa, in ginocchio, in piedi, seduta, pregando; insomma sono stata assorta per tutta la giornata” (LF 156, 12 marzo 1876).
Non possono ricevere ogni giorno il Pane della vita, a quel tempo vigeva una mentalità piuttosto rigorista, ogni primo venerdì del mese il Tabernacolo si apre e allora l’incontro eucaristico diventa ancora più desiderato e ricercato: “Non manco mai, come Maria e, naturalmente, Luigi, di comunicarmi tutti i primi venerdì del mese, nonostante qualsiasi difficoltà in vista per quel giorno; cambiamo l’ora della messa alla quale d’abitudine assistiamo ed ecco tutto” (LF 140, 29 settembre 1875).
Zelia resta fedele alla Messa mattutina fino alla fine, fin quando la salute glielo permette. Va a Messa anche domenica 22 luglio, un mese prima della morte, sia pure tra mille sofferenze: “ho voluto andare alla Messa lo stesso, ma soltanto con una estrema precauzione potevo fare un passo. Quando dovevo scendere dal marciapiede, occorreva tutta una manovra. Fortunatamente per la strada non c’era molta gente” (LF 215, 24 luglio 1877). La figlia Maria cercò di sconsigliarla ma non ci fu verso: “vi era voluta andare ad ogni costo, perché non le pareva di avere tanto male che giustificasse la sua assenza dalla Messa festiva” (C. Martin, cit. 168). Tornerà a Messa agli inizi di agosto perché si trattava del primo venerdì del mese (3 agosto).
Gesù mette in guardia da ogni entusiasmo passeggero e assicura che “chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato” (Mt 24, 13). La fedeltà è un elemento essenziale dell’esperienza di fede. Una fedeltà che nella vita dei Martin assume talvolta una forma eroica. La fedeltà non si confonde con l’abitudine perché non consiste nel ripetere le stesse cose, sospinti e quasi obbligati dal dovere. Vivere la fedeltà significa custodire la passione e rifare con amore quegli impegni che danno senso e valore alla vita.
La vita orante fa entrare la luce di Dio nel contesto di una vita in cui non mancano impegni e responsabilità. Casa Martin non è un monastero avvolto nel silenzio ma una casa domestica in cui le voci s’intrecciano in modo spesso rumoroso, come appare in questo frammento:
“In questo momento, mia Paolina, non so più quello che faccio: c’è la nonna che mi parla mentre ti scrivo, c’è la domestica che arriva con le piccine e fanno abbastanza chiasso. Credo che dovrò abbandonare la mia lettera fino a questa sera, quando tutti saranno a letto, poiché qui non si può avere un istante di riposo. Sono sicura che tutto il collegio della Visitazione riunito non fa tanto rumore. Per fortuna ci ho fatto l’orecchio” (LF 198, aprile 1877)
“Lavorare come facchini e pregare come angeli”, ha detto una mistica del nostro tempo. Luigi e Zelia sono operosi come santa Marta ma sanno anche ritagliarsi tempi in cui si mettono ai piedi di Gesù, come Maria di Betania. La santità coniugale e familiare passa dall’intreccio virtuoso di questi due elementi.
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7. Il ministero della vita
La vita orante richiama la grazia battesimale, la preghiera conferma e fortifica l’alleanza con Dio, ci mantiene in vita e dona la grazia di seminare vita. La vocazione alla santità si articola in modi e forme diversi in ragione della specifica vocazione. La chiamata al matrimonio invita gli sposi a coltivare sette sentieri, come sette sono i colori dell’arcobaleno, segno dell’alleanza.
- Una sola carne. La sfida della comunione
- Siate fecondi. L’accoglienza della vita. La fecondità della fede
- Uno solo è il Padre vostro. La responsabilità educativa.
- Andate anche voi nella mia vigna. Il servizio ecclesiale
- Come astri nel mondo. La testimonianza nel mondo del lavoro
- Fino alla fine. La fedeltà nel tempo della prova
- Una porta nel Cielo. L’attesa della beata eternità
I primi tre sentieri riguardano in modo specifico la vocazione al matrimonio, gli altri quattro sono comuni a tutti i battezzati ma gli sposi sono chiamati a viverli a partire e nella luce della loro vocazione, cioè nel solco di quell’unità che rappresenta il principio e il cuore del matrimonio.
La vita di una famiglia è una continua sfida, è come un libro composto di diversi capitoli: l’unità coniugale, l’accoglienza e l’educazione dei figli, l’impegno professionale, la partecipazione alla vita della comunità ecclesiale, i doveri sociali… Una famiglia non può ritirarsi sul Tabor ma deve imparare a intrecciare questi diversi e complementari ambiti della vita. Per vivere una vita buona e sana, è necessario osservare tre regole:
- Tenere tutto insieme senza trascurare niente e nessuno.
- Dare la giusta priorità alle scelte, evitando di adeguarsi alla logica mondana.
- Non dare alle difficoltà il potere di cambiare l’ordine delle cose e/o di guastare l’armonia.
Luigi e Zelia hanno custodito ogni ambito della vita familiare, dedicando a ciascuno il tempo necessario, cambiando le priorità in base alle urgenze:
- il lavoro assorbe non poche energie ma non toglie spazio alla preghiera;
- l’accoglienza generosa della vita non riduce né sminuisce l’impegno educativo;
- le responsabilità della vita domestica s’intrecciano con impegni della vita ecclesiale.
È impossibile parlare di tutto, ogni ambito richiede un adeguato approfondimento. Chi desidera avere uno sguardo completo, deve ricorrere alle biografie. Quella di Jean Clapier è certamente più completa e aggiornata.
Luigi e Zelia hanno vissuto ogni aspetto nella fede. La presenza di Dio accompagna e illumina ogni cosa. Non è un modo di dire. Ogni ambito ha ricevuto una specifica impronta di fede. Ogni scelta è stata fatta a partire da Dio. Ci sono due capitoli in cui la fede risplende con maggiore chiarezza.
Il primo è quello dell’accoglienza dei figli, un’accoglienza generosa e nient’affatto scontata o dettata dalle condizioni socio-culturali del tempo. Una scelta che nasceva unicamente dalla fede e ha trovato conferma anche quando l’impossibilità di dare il latte materno (dopo il terzo parto) avrebbe suggerito di rinunciare. Anche quando la morte dei quattro bambini, in tenera età avrebbe imposto di astenersi per non affrontare altre sofferenze. In questi casi solo la fede può dare il coraggio di restare fedeli alla missione procreativa.
Il secondo capitolo è quello della sofferenza. Sappiamo tutti che prima o poi, ci piaccia o no, dobbiamo passare attraverso questa esperienza; e tuttavia, quando arriva il momento siamo sempre impreparati. Lo era anche Zelia quando, durante i giorni della novena natalizia, poco prima di compiere 45 anni, ebbe la notizia di avere un grave e inoperabile tumore al seno. Un colpo al cuore. Con una buona dose di ironia alcuni credenti avrebbero detto: “Ecco il premio per la sua fedeltà”. La giovane donna, sposa e madre di cinque figlie, confessa di non essere pronta ma… non cade nella lamentazione. Anzi, qualche settimana dopo: scrive alla cognata:
“Il buon Dio mi dà la grazia di non spaventarmi sono tranquillissima mi sento quasi felice non cambierei la mia sorte con nessun’altra”.
Una bellissima testimonianza. In primo luogo perché attribuisce ad una speciale grazia del Signore la sua sostanziale serenità dinanzi al pericolo. In secondo luogo perché conferma la sua fede in Lui: non cambierei la mia sorte e sono contenta di quello che Dio mi ha dato! In fondo, è questo il segreto della pace, essere contenti di quello che abbiamo ricevuto. Zelia aggiunge: “se il mio Dio mi vuole guarire sarò contentissima perché in fondo desidero vivere mi duole lasciare mio marito e le mie figliole ma d’altra parte mi dico che se non guarirò è forse perché per loro sarò utile che io me ne vada” (LF 189, 20 febbraio 1877).
Il modo con il quale Zelia vive il tempo della malattia, che in pochi mesi consuma la fibra, mostra la forza della sua fede incrollabile. Se non conoscessimo altro e se non avessimo altre testimonianze, questo capitolo è più che sufficiente per testimoniare la santità.
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Conclusione
“Cominciare è di tutti, perseverare è dei santi”, diceva san Josemaria Éscriva (1902-1975). La vita santa non consiste nel compiere alcune opere straordinarie ma nel custodire la fedeltà al Vangelo nei giorni di luce e in quelli oscuri. È questa la via percorsa Luigi e Zelia. Perseverando fino alla fine hanno raggiunto la meta, hanno testimoniato che la vita ordinaria di una famiglia può diventare la terra santa in cui Dio prende dimora.
