Nel nome dell’inclusione non si può rimuovere il Gesù inclusivo profeta anche per l’Islam

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di Massimiliano Ive

Ogni anno sfogliando le pagine dei giornali nazionali o dando uno sguardo ai siti on line di informazione, gli occhi di un insegnante di Religione Cattolica cadono immediatamente sui ricorrenti titoli riguardanti le notizie circa la volontà di rimozione del nome di Gesù dai canti natalizi “per non offendere i genitori e i bambini musulmani”. I casi si verificano soprattutto nelle scuole del Nord Italia, nelle quali sono più numerosi gli iscritti di questa religione. In alternativa si propongono versioni rivedute e corrette di canti tradizionali natalizi o soluzioni più neutre, purché non si faccia riferimento esplicito alla parola Natale. Non sono mancati casi in cui si evita di realizzare il presepio in nome del principio di inclusione e di non discriminazione: la presenza di simboli religiosi o di tradizioni cristiane creerebbe imbarazzo alla presenza sempre più significativa di allievi provenienti dal mondo islamico.

La questione del concetto “inclusione scolastica”

Forse coloro che, nel nome dell’inclusione,  sostengono la scelta ‘rimozionista’ del presepe o dei canti natalizi religiosi, non tengono conto del vero significato della parola inclusione scolastica. Essa non va confusa con il concetto di integrazione secondo la quale  è l’alunno che si deve ‘adattare’ allo schema educativo, alla cultura e al sistema delle tradizioni pregresse e standardizzate. L’inclusione mira, invece, a creare un ambiente in cui tutti gli studenti, indipendentemente dalle loro molteplici differenze possano partecipare pienamente e attivamente sentendosi valorizzati e supportati.  La scuola, in tal senso, è chiamata a trasformarsi, abbattendo le barriere garantendo il pieno sviluppo della persona umana. Alla luce di tale visione e prospettiva, l’azione di rimozione, censura, cancellazione del nome di Gesù o di rappresentazione religiosa appartenente al patrimonio storico e culturale italiano, rappresenta un tentativo di sterilizzazione dell’attività didattica e dell’ambiente educativo, andando a contribuire  allo svuotamento o annullamento di quella dimensione culturale e religiosa propria di una società accogliente (quella italiana), parte integrante dello sviluppo della persona umana per i bambini avvalentesi, ma anche per gli alunni di altre tradizioni religiose, in particolar modo degli allievi musulmani.

Si confonde il concetto di trasformazione dell’attività didattica/ambiente scolastico, con il concetto di censura, cancellazione o rimozione “per non offendere l’altro”. Del resto quando proprio Gesù è stato uno degli uomini più inclusivi della storia che invitava i suoi a spogliarsi dei modi di pensare del mondo ebraico del suo tempo per “andare sull’altra riva” e incontrare gli esclusi, gli emarginati e gli ultimi della società del tempo.

Inoltre, coloro che intendono svuotare di senso queste nostre festività religiose, in nome di un discutibile laicismo, forse non sanno che Gesù stesso è considerato un Profeta dello stesso Islam. Anzi proprio la natività di Cristo è raccontata nel Corano.

Gesù per l’Islam e nel Corano. Il racconto della natività.

Approfondiamo, a questo punto, il tema. Sì, il mondo della religione islamica ci contende pure la titolarità di Gesù considerato come Profeta dell’Islam, anche se non lo considera “Figlio di Dio”, in quanto il concetto di Dio, definito Allah, non può essere declinato come trinitario, ma siamo di fronte ad un monoteismo rigido, alla stregua dell’ebraismo. A chi appartiene allora Gesù? È la domanda da cui scaturisce il testo di Martina Di Leo su “Il Profeta Gesù” edito nel 2019 dalla Youcaprint, in cui si pone a confronto il Gesù nel Corano con quello dei Vangeli. L’Islam non ha rimosso né Gesù, né Maria, ma li ha inclusi nel progetto del Sigillo della Rivelazione che sarebbe stata consegnata a Maometto. Addirittura se ci addentriamo nel “sufismo” che diventa parte integrante dell’Islam già nel VII secolo e rappresenta la spiritualità del mondo musulmano, quando si affronta il tema del testo dettato da Allah, il Corano emerge come Gesù rivesta un ruolo significativo: 15 Sure lo nominano e più di 100 versetti lo citano. Il nome del bambino di Nazareth nel libro sacro dei musulmani viene chiamato Isa “il figlio di Maria” (IsaIbn Maryam). In un versetto è chiamato nabì, cioè il profeta, ma nella maggior parte dei casi è definito come “rasul”, cioè messaggero che possiede un libro, il Vangelo che a sua volta contiene il messaggio di Dio. Nel Corano si fa riferimento anche al termine Messia, anche se tale titolo non attribuisce per i musulmani la “dignità divina” o “la missione di salvezza”. Bensì per i fedeli di Allah, Gesù è Messia perché come uomo è stato purificato dal peccato e benedetto. Gesù sempre per i musulmani è “Parola di Dio” – Kalimat Allah, però per loro non significa che lo stesso abbia natura divina e sia un’entità preesistente. Viene chiamato anche “Spirito di Dio, perché Maria lo ha concepito grazie allo Spirito”, “conservando la sua verginità”. La Sura 19 porta anche il nome di Maria e anche nella Sura 3 si parla del concepimento a cura dello Spirito. Sembra strano ma molti attributi mariani relativi alla purezza di Maria sono riconosciuti anche dal mondo islamico. Si citano persino i miracoli di Gesù, ma la limitazione del concetto di “Figlio di Dio” risiederebbe nel problema per Maometto di richiamare nei fedeli islamici antichi credi religiosi arabi tribali e politeisti sulle figliolanze delle divinità (per approfondire basta leggere il testo “Gesù nella tradizione dei Sufi” di Faouzi Skali, edizioni Paoline.

L’insegnante di religione cattolica, aperto ed in dialogo con le altre fedi e con un approccio didattico multiculturale e interreligioso, potrebbe costituire una risorsa all’interno della scuola, soprattutto in quelle dove si allestiscono forme di celebrazione di festività natalizie e/o pasquali. proprio in quanto docente specialista, egli potrebbe essere coinvolto e valorizzato per co-progettare le migliori modalità possibili per favorire il dialogo con i credenti delle altre confessioni religiose. Il Cristianesimo e la visione religiosa della tradizione italiana, infatti, possono fornire delle categorie per decriptare messaggi, significati e linguaggi delle altre dimensioni religiose.

Per ridimensionare il presunto conflitto esistente tra Gesù e l’Islam basti tenere in considerazione alcune particolari: nel Corano viene raccontata e descritta la natività di Gesù e non quella di Maometto, ovviamente quando ci si confronta con i bambini musulmani, piuttosto che rimuovere il presepio, basterebbe non sottolineare il termine “bambino divino”. La definizione “buon Gesù” non dà alcun fastidio al mondo islamico, perché il punto di congiunzione sulla Natività di Cristo insiste nella Sura 19 intitolata Maryam, che dopo aver ripercorso alcuni aspetti del Vangelo di Luca, poi effettua una descrizione particolareggiata dell’ingresso nel mondo del figlio di Maria. “Lo concepì (Maria) e in quello stato si ritirò in un luogo lontano… La condussero presso il tronco di una palma”. Un angelo secondo il Corano sostiene la Vergine e incoraggia la stessa a non affliggersi per i dolori del parto: “Il tuo Signore ha posto un ruscello ai tuoi piedi”. Nel racconto del testo sacro dei musulmani non si fa riferimento a Giuseppe, né ai magi, ma si comprende che Dio sta compiendo qualcosa di grande e di buono, senza l’ausilio umano. Maria partorisce sotto una palma, ma da subito viene sottolineato come Gesù dalla culla parli al mondo definendosi: “Il servo di Allah” che gli ha dato “La Scrittura” e lo ha reso un profeta. “Mi ha benedetto ovunque sia e mi ha imposto l’orazione e la zakah, finché avrò vita, e la bontà verso colei che mi ha generato”. Perciò alcuni appellativi presenti in alcune canzoncine tradizionali sulla figura di Gesù possono restare tranquillamente al loro posto, anche perché è il Corano stesso che li delinea: “Questo è Gesù, figlio di Maria, parola di verità della quale essi dubitano”, e nel contempo bisogna tenere conto e stare attenti solo a non attribuire significati discordanti tra le dottrine. Nel dialogo interreligioso non bisogna scadere nel sincretismo, né nella chiusura di un confronto, ma bisogna trovare ciò che ci accomuna rispettando le differenze, valorizzando la partecipazione su temi e valori universali: tipo la pace, la solidarietà, l’amicizia.