La dignità oltre i confini: rileggere la lettera di papa Francesco ai vescovi degli Stati Uniti

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di Arturo Formola

La lettera che papa Francesco indirizzò ai vescovi degli Stati Uniti il 10 febbraio 2025 rappresenta oggi, a un anno di distanza e dopo la sua morte avvenuta il 21 aprile 2025, un documento di particolare rilevanza per comprendere l’evoluzione recente del magistero sociale cattolico e le sue tensioni interne. Inserita in un contesto politico segnato dall’avvio di programmi di deportazione di massa e da un crescente irrigidimento delle politiche migratorie, la missiva assume retrospettivamente il valore di un testamento pastorale: un appello alla coscienza pubblica e alla responsabilità ecclesiale che, alla luce della scomparsa del pontefice, si carica di una forza interpretativa ulteriore. L’intervento di Francesco si colloca infatti in un crocevia storico in cui la questione migratoria diventa non solo un banco di prova per la credibilità etica delle istituzioni civili, ma anche un indicatore della capacità della Chiesa di articolare una visione teologica della dignità umana capace di resistere alle derive ideologiche. La sua denuncia della confusione tra irregolarità amministrativa e criminalità, la difesa della pari dignità dei migranti e dei rifugiati, e l’avvertimento contro narrative identitarie che distorcono la vita sociale, costituiscono elementi centrali di un discorso che oggi appare ancora più urgente. Rileggere questo testo dopo la morte di papa Francesco significa dunque interrogarsi non solo sul contenuto della lettera, ma sul suo posto all’interno di un’eredità più ampia: quella di un pontificato che ha costantemente cercato di coniugare dottrina e prassi, teologia e geopolitica, misericordia e giustizia sociale. In questo senso, la lettera del 10 febbraio 2025 offre una lente privilegiata per analizzare le dinamiche tra Chiesa cattolica, politica statunitense e fenomeni migratori globali, e per valutare come il magistero di Francesco continui a interpellare la comunità ecclesiale e la società civile anche oltre la sua scomparsa. 

Le parole racchiuse in questa lettera non sono soltanto un monito, ma vogliono essere anche un atto d’accusa verso una parte significativa della teologia e del ministero ecclesiale contemporaneo. Per anni, molti teologi “accorti” e pastori “prudenti” hanno scelto la via del silenzio, rifugiandosi in un linguaggio insignificante, in un equilibrio che diventa complicità, in una neutralità che – davanti all’ingiustizia più crudele e violenta – si trasforma in colpa. La loro cautela, presentata come virtù accademica o pastorale, ha spesso coinciso con l’incapacità di nominare il male, di denunciare politiche disumane, di esporsi accanto ai poveri e ai migranti quando la storia lo richiedeva con urgenza. Così mentre la realtà bruciava – dalle stragi del Mediterraneo alle repressioni contro i più vulnerabili – una parte della teologia ha preferito la distanza dell’osservatore, l’eleganza del discorso astratto, la sicurezza delle cattedre e delle sacrestie. E molti pastori, temendo conflitti o perdite di consenso, hanno scelto di non disturbare l’ordine costituito, lasciando che la parola profetica si spegnesse in un sussurro.

Di fronte a tutto questo, queste parole non sono solo un richiamo: sono un invito a riconoscere che la prudenza, quando diventa mutismo, non è più una virtù ma una forma di resa morale. E che la teologia e il ministero, se non sanno stare dalla parte delle vittime, finiscono inevitabilmente per tollerare i carnefici: 

‹‹4. Sto seguendo da vicino la grande crisi che si sta verificando negli Stati Uniti con l’avvio di un programma di deportazioni di massa. La coscienza rettamente formata non può non compiere un giudizio critico ed esprimere il suo dissenso verso qualsiasi misura che tacitamente o esplicitamente identifica lo status illegale di alcuni migranti con la criminalità. […] l’atto di deportare persone che in molti casi hanno abbandonato la propria terra per ragioni di povertà estrema, insicurezza, sfruttamento, persecuzione o grave deterioramento dell’ambiente, lede la dignità di molti uomini e donne, e di intere famiglie, e li pone in uno stato di particolare vulnerabilità e incapacità di difendersi.

5. Non si tratta di una questione di poca importanza: uno Stato di diritto autentico si dimostra proprio nel trattamento dignitoso che tutte le persone meritano, specialmente quelle più povere ed emarginate. Il vero bene comune viene promosso quando la società e il governo, con creatività e rigoroso rispetto dei diritti di tutti – come ho affermato in numerosi occasioni – accolgono, proteggono, promuovono e integrano i più fragili, indifesi, vulnerabili. Ciò non ostacola lo sviluppo di una politica che regolamenti una migrazione ordinata e legale. Tuttavia, tale sviluppo non può avvenire attraverso il privilegio di alcuni e il sacrificio di altri. Ciò che viene costruito sul fondamento della forza e non sulla verità riguardo alla pari dignità di ogni essere umano incomincia male e finirà male. […].

7. Ma la preoccupazione per l’identità personale, comunitaria o nazionale, al di là di queste considerazioni, introduce facilmente un criterio ideologico che distorce la vita sociale e impone la volontà dei più forti come criterio di verità. […].

9. Esorto tutti i fedeli della Chiesa cattolica, come anche tutti gli uomini e le donne di buona volontà, a non cedere a narrative che discriminano e causano inutili sofferenze ai nostri fratelli e sorelle migranti e rifugiati. Con carità e chiarezza siamo chiamati a vivere in solidarietà e fratellanza, a costruire ponti che si avvicinano sempre più, a evitare muri di ignominia e a imparare a dare la nostra vita così come l’ha data Gesù Cristo per la salvezza di tutti››(Francesco, Lettera ai vescovi degli Stati Uniti d’America, 10 febbraio 2025.)

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In questi dodici mesi pochi sono stati i vescovi statunitensi che hanno risposto all’appello di papa Francesco. La dichiarazione dei cardinali Cupich, McElroy e Tobin(https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2026-01-19/usa-trump-vaticano-cupich-tobin-washington-mcelroy) dello scorso gennaio parte dal riconoscimento che il sistema internazionale contemporaneo è segnato da un indebolimento del multilateralismo, dal ritorno della guerra come strumento ordinario di politica e da una crescente fragilità del principio di autodeterminazione dei popoli. I cardinali articolano una visione che rifiuta l’uso ordinario della forza militare, riafferma la centralità del diritto alla vita in tutte le sue forme, denuncia la riduzione degli aiuti umanitari e richiama le crescenti violazioni della libertà religiosa. L’insieme di questi elementi configura una proposta di politica estera che integra dimensioni etiche spesso trattate separatamente nel dibattito politico statunitense. 

Questa dichiarazione può essere letta come una risposta operativa all’appello di Francesco a superare la polarizzazione interna alla Chiesa americana. L’insistenza su categorie come “pace giusta”, “dignità umana” e “bene comune globale” riflette l’intento di ricomporre un discorso ecclesiale frammentato, offrendo un quadro interpretativo che trascende le appartenenze partitiche. 

La lettera di papa Francesco ai vescovi statunitensi del 2025 e la recente dichiarazione dei tre cardinali del gennaio 2026 mostrano come la Chiesa negli Stati Uniti stia cercando di orientarsi dentro un contesto pubblico segnato da divisioni profonde e da una crescente difficoltà nel mantenere un linguaggio comune. In questo scenario, il magistero di Francesco non rappresenta soltanto un riferimento teologico, ma anche una risorsa sociologica: offre un insieme di categorie condivise(pace, dialogo, dignità umana integrale) che aiutano l’istituzione ecclesiale a non perdere coesione e capacità di lettura della realtà. Per questo motivo è importante evitare che il suo pontificato venga messo tra parentesi o dimenticato attraverso una sorta di damnatio memoriae. Una rimozione selettiva del magistero recente indebolirebbe la capacità della Chiesa di parlare con una voce riconoscibile e di proporre criteri morali stabili in un ambiente politico e culturale sempre più frammentato. Al contrario, mantenere viva questa memoria permette di preservare un patrimonio concettuale che continua a essere utile per interpretare le sfide globali e per orientare la riflessione sulla politica estera statunitense.