OSPEDALE RAFFAELE NOGARO: UN’OPPORTUNITÀ O UNA BEFFA?

DATA DI PUBBLICAZIONE:

di Fabrizio Marino

A Sessa Aurunca, l’Ospedale San Rocco cambierà nome. A meno di clamorosi colpi di scena o di intoppi burocratici, il nosocomio aurunco verrà intitolato a Raffaele Nogaro. L’idea, nata da una suggestione social e che si è alimentata ben presto, ha trovato terreno fertile nel Comitato Civico San Rocco Bene Comune. Quest’ultimo, ha chiesto formalmente, attraverso una proposta di delibera indirizzata al consiglio comunale di Sessa Aurunca e a tutti gli organi competenti, la possibilità di avviare l’intero iter procedurale.

Il fatto che tale idea sia nata in modo libero e  spontaneo, la dice lunga sull’eredità

lasciata dal prete venuto dal lontano Friuli. Intitolare l’Ospedale a Mons. Raffaele Nogaro– si legge in un comunicato pubblicato dalla compagine civica – non è soltanto un gesto di riconoscenza verso una figura straordinaria della storia civile e religiosa del nostro territorio. A questo si aggiunge anche che: dedicare a lui il nostro ospedale significa soprattutto richiamare la sua eredità morale e civica come monito permanente per la comunità.  
Chi ha un minimo di dimestichezza con la figura di Nogaro, sa bene, che a più riprese, egli ha ricordato la sua esperienza come pastore della Diocesi di Sessa Aurunca come una vera e propria trasfigurazione. Questo primo contatto con le terre del sud, avvenuto nel 1983, gli ha permesso di scoprire la sua vera vocazione: servire l’Uomo per somigliare al suo Cristo. Fare questo, in una terra piena di contraddizioni sociali, di collateralismo tra le sfere della DC e quelle della Chiesa, della camorra che macinava soldi e terrore, fu per lui una vera e propria ossessione.    

L’iniziativa, dunque, ha in sé la voglia di non perdere quell’eredità lasciata dal passaggio di padre Nogaro a Sessa. Il problema, però, si pone quando si vuole richiamare la memoria di  un grande uomo della storia attraverso istituzioni che rischiano addirittura di minarla. Il nosocomio aurunco conosce una situazione di grande incertezza. In questo senso, l’opera di informazione, di lotta e di tutela del diritto alla salute pubblica che da anni mette in campo il comitato è encomiabile. La situazione della sanità, a livello nazionale e regionale, è cosa conosciuta a tutti. A Sessa Aurunca, però, da anni si consuma un vero e proprio stillicidio. Promesse mancate, nomine dall’odore politico clientelare. Un sistema radicato e consolidato che sembra essersi fermato nel tempo.

Era il 1984, quando un gruppo di suore Vincenziane invitò Nogaro a far visita ai luoghi della loro congregazione. Adiacenti ad essi, vi erano alcuni locali dell’ambulatorio in cui erano ammassati numerosi macchinari pronti all’uso, ma lasciati all’intemperie. C’erano attrezzature sofisticatissime, di ultimissima generazione per l’epoca, ma già quasi arrugginite; la situazione era veramente imbarazzante.

 La prima pietra fu posata nel 1952, trentadue anni prima della venuta di padre Raffaele. Il primo finanziamento, di 60 milioni, venne annunciato nel ’56. A questi vennero aggiunti altri 250 milioni. Alla fine degli anni ’70 arrivarono i macchinari e nel 1983 l’ospedale era pronto ad aprire: ma niente. Ritardi, bugie, le solite dinamiche che hanno corroso enormi strati della società. Con Nogaro si avvia una stagione di lotte, si crea il gruppo civico di Sessa ’87, che ironia della sorte vede tra i suoi componenti, alcuni personaggi storici, che ora si ritrovano all’interno del comitato a combattere le stesse dinamiche di decenni fa. Una dinamica gattopardesca, orwelliana, in cui cambia tutto per non cambiare mai nulla.   

Sotto la spinta propulsiva dei movimenti giovanili e con la guida profetica e sicura di Nogaro, si svolgono due grandi manifestazioni pacifiche. Quella del Natale del 1987 e quella del febbraio del 1989. La vertenza arrivò anche nei salotti televisivi nazionali. Per due anni, infatti, alla trasmissione Uno Mattina furono invitate Giulia Casella (che è uno dei membri del comitato civico) e Clorinda Rozzera,storiche attiviste dei movimenti sociali e aggregativi della città, che strapparono all’allora Assessore alla Sanità della Regione, Nicola Scaglione, impacciato e in difficoltà all’incalzare delle domande, un altro finanziamento di 7 miliardi per completare le attrezzature, organizzare la pianta organica e bandire i concorsi per il personale per coprire circa 250 posti letto. Ci fu la promessa di aprire il nosocomio entro un anno: ma non fu così. Il presidio ospedaliero fu aperto soltanto nel 1992, quando già da due anni Nogaro era vescovo di Caserta. E suonano ancora in modo roboante le parole del pastore, che al discorso di addio alla diocesi di Sessa Aurunca, rimarcando ancora la grande crisi che attraversava la città per la questione ospedale, con un po’ di rassegnazione esclamò che il tutto si era concluso sugli spalti delle barricate.

Da quella stagione, tutto in effetti si è concluso. Ogni spinta di rinnovamento è stata soffocata da quelle dinamiche, ancora troppo forti e radicate, che Nogaro ha cercato di smantellare. L’ospedale San Rocco, attraverso un’opera di depotenziamento sistematica, è sull’orlo della chiusura. La sensazione che prevale è quella dell’emergenza continua, della paura, della sfiducia nei confronti di un sistema che ha portato negli anni a rendere un ospedale un centro di ricchezza per pochi. Un’oligarchia borghese che si cura nei centri specialistici, lasciando il pubblico in balìa della tempesta.

Nel frattempo, mentre il potere afferma che le possibilità non ci sono per assumere medici ed infermieri, ha già stanziato 80 milioni di euro per la costruzione di un nuovo ospedale, sempre a Sessa. Come una cometa in un cielo di agosto, dopo i bagliori, su Sessa è tornata la tenebra scura dell’ occultismo e della clientela. Quella eredità morale e civica, che si vuole donare alla città attraverso una nuova intitolazione dell’ospedale, che invece rappresenta il centro dell’immoralità politica, istituzionale e civile, rischia di diventare una beffa clamorosa per la memoria di un gigante della nostra epoca. Oppure vuole essere un’ultima opportunità, per la città, di avere un monito a cui potersi aggrappare. Ma sappiamo bene, che le parole e le barricate non bastano, e il rischio che la memoria possa diventare un monumento freddo e muto è altissimo. A quel punto, quell’amore viscerale che c’è stato tra la città e Nogaro, rischia di diventare una stelletta sulle spalle di una comunità, che ancora oggi, dietro il mito dell’antichità e dello splendore, nasconde un’ipocrisia di fondo, che padre Raffaele ha cercato di estirpare con tutte le sue forze e con tutto il suo spirito, come il grano dalla zizzania.