UNA CASA NEL BOSCO

DATA DI PUBBLICAZIONE:

di Mariano Fresta

Distratto, senza leggere giurnale,

                                                                                                                                       senza rilorge, calannarie: niente.

                                                                                                                                       Comme all’antiche, primitivamente,

                                                                                                                                     senza civiltà. Vita animale.

                                                                                                                 (R. Viviani)                                      

In un Paese come il nostro, che ha dimenticato per ignoranza diffusa e analfabetismo di ritorno perfino la sua storia più recente, può accadere che una vicenda umana, come quella di una famiglia che vive in un bosco rinunciando agli agi della modernità [1], susciti scalpore, scandalo, meraviglia, divida l’opinione pubblica in fazioni contrapposte e spinga forze politiche ad esprimere giudizi più o meno demagogici e propagandistici. Eppure oggi nel mondo ci sono innumerevoli gruppi di persone e di etnie che vivono in capanne di paglia e fango, che vagano nelle foreste o nei deserti alla ricerca di cibo, che non si servono di strumenti messi a disposizione dalla tecnologia. Ciononostante, nessuno ne ricorda l’esistenza; e non ricorda neppure che negli ultimi decenni del secolo scorso gruppi di hippies crearono comunità autogestite e alternative al sistema vigente; che negli Stati Uniti ci sono gli Amish che, almeno fino a qualche anno fa, rifiutavano la civiltà delle macchine preferendo vivere nelle condizioni ereditate dal mondo contadino sette/ottocentesco e che, a livello di massa, sono diventati noti grazie ad un film di successo … Insomma non è che sia mancata o manchi l’informazione su famiglie e gruppi che scelgono di vivere in condizioni diverse da quelle della maggioranza; pertanto la meraviglia e lo scandalo possono sembrare del tutto arbitrari, ma viviamo in un’età in cui predominano i social, cosicché, tra chi crede di essere nel giusto e di poter esprimere la propria opinione, anche se acritica o addirittura infondata, nessuno lascia perdere l’occasione per manifestare la propria insoddisfazione esistenziale e culturale, le proprie idiosincrasie e per insultare, approfittando dell’anonimato, chi ha una visione diversa dalla loro.

Lo sfogo sui social, tuttavia,ha pure una causa ben precisa nella società capitalistica degli ultimi decenni che, nonostante i suoi cantori, ha aspetti negativi che creano situazioni di disagio sociale e personale. Per la molteplicità degli avvenimenti, inoltre, e la velocità con cui si realizzano le trasformazioni, si allentano o addirittura si perdono le relazioni, le amicizie, si disfa il tessuto familiare e comunitario del recente passato, creando un sentimento di nostalgia per il mondo scomparso che, talora, scivola verso ideologie reazionarie.

In questa complessa e disorientante situazione, succede che qualcuno, singolarmente o in gruppo, scelga di sottrarsi alla vita sociale e vada a vivere in qualche sperduto villaggio abbandonato o addirittura in mezzo al bosco, in un povero edificio che ha parvenza di casa.

In effetti, la società dei consumi e del profitto non lascia molto spazio al libero arbitrio delle persone, in quanto la convivenza, oltre ad essere influenzata dalle sirene del mercato, si regge più su divieti e su obblighi che sulla libertà di azione, tanto che il quotidiano stile di vita di tutti diventa conformistico, grigio e insignificante se non si hanno motivazioni profonde a stare insieme con gli altri; cosicché tornare in un mondo libero da regole sociali, a contatto con la natura, diventa un desiderio da realizzare. L’idea  sembra essere buona, a patto però di sapere che sopravvivere in un bosco non è facile quanto il sopravvivere in città, dove si può dormire sotto i ponti e mangiare nelle mense della Caritas. Nel bosco non ci sono ripari; né una capanna oppure una casa di pietra, con porte e finestre sgangherate, sono una buona protezione, perché umide, fredde, piene di spifferi: insomma, sarebbero dei contenitori molto capienti di probabili malattie di vario genere.

Nel bosco non ci sono nemmeno panifici e negozi di generi alimentari, occorre procurarsi tutto da sé; ci sono invece erbe selvatiche, funghi, corbezzoli, qualche melo inselvatichito… Nutrirsi pertanto diventa un grosso problema. Ne sanno qualcosa alcune società umane dell’Amazzonia, dell’Australia, dell’Africa; ne hanno saputo qualcosa anche i nostri braccianti, i boscaioli, i carbonai, tutti quelli che hanno vissuto nelle campagne dell’Agro romano, del Polesine, nei villaggi di montagna fino alla metà circa del secolo scorso. Ma essi, i popoli esotici e quelli vicini a noi, sono sopravvissuti perché, grazie ad una cultura millenaria,  conoscevano i funghi buoni da mangiare e lasciavano alle lumache quelli cattivi, conoscevano le erbe, quelle che si potevano cucinare e quelle che potevano curare; sapevano allevare gli animali, ne sapevano sfruttare il lavoro ed eventualmente anche la carne. Insomma, pur a livello di senso comune e di esperienze superficiali, erano tutti botanici, chimici, zootecnici, e agricoltori. Sono sopravvissuti per millenni, sono i nostri nonni e i nostri genitori, sono quelle popolazioni ancora non del tutto inglobate nella modernità.

Nonostante queste prevedibili difficoltà oggettive, appare del tutto normale che molti  vorrebbero evitare questa caotica, alienante e inquinata società moderna rifugiandosi in campagne isolate o addirittura in un bosco. Questa idea è piuttosto diffusa, specie tra i membri della piccola e media borghesia, tuttavia, nonostante le loro buone intenzioni, non sembra che abbiano attitudini e capacità tali da poter uscire incolumi dalle esperienze così dure e difficili come quelle di una vita cui non sono abituati: «Meglio il bosco che stare davanti alla tv o a digitare sullo smartphone», dicono. Vero: ma il problema non sta nel televisore e nel cellulare che, volendo, si possono non acquistare o usare sobriamente; esso sta nel fatto che la campagna è sempre idealizzata da chi non ha mai preso in mano una zappa, da chi non ha mai tirato il collo ad una gallina. La campagna, infatti, è bella per chi, seduto sulla terrazza di un ristorante, dopo un buon pasto, guarda i prati, le colline, le montagne sullo sfondo, dietro le quali va a tramontare il sole. La vita in campagna è dura e difficile come ci ricordano quei pochi contadini sopravvissuti fino ai giorni nostri; e poi ce lo rammentano i libri in cui sono state raccolte memorie, biografie, storie di mezzadri, di braccianti, carbonai, pastori, boscaioli.

Ecco cosa si legge in una di queste memorie:

«S’andava al bosco in Maremma di verso la metà di ottobre fino aprile senz’altro. Quand’eramo in Maremma si faceva una cappannina … noi si chiamava la capanna “a Gesù” [cioè, col tetto a due spioventi], con un po’ di legni, si copriva cco l’erba … c’è un tipo d’erba che noi si chiama scarzòlo che … para l’acqua e per parassi dal freddo sopra a questa ci si metteva le piotte di terra. Dentro ci si faceva … noi si chiamano rapazzòle ma sarebbe una specie come i letti … Questa rapazzola era fatta di legni, poi uno strato di fraschette di foglia di leccio, un po’ di paglia… e quello era i lenzoli, la coperta, era tutto…» [2].

E a fine giornata, per cena l’acqua cotta: pane raffermo fatto rinvenire in un brodo preparato con acqua, cipolla, sale, e a volte qualche erba raccolta nei campi. E, a sentire il Pascoli, anche gli occasionali pranzi (le desine al campo, per non perdere tempo) dei piccoli agricoltori erano molto semplici e poveri: polenta condita con erbe spontanee insaporite in padella con olio e aglio [3]. Al che si può aggiungere che la cena spesso era costituita da una fetta di pane accompagnata da una mela o qualche noce.

Anche il vestiario lasciava a desiderare: d’inverno zoccoli e d’estate a piedi nudi; calzoni variamente rattoppati e passati da padre in figlio, vesti e sottane di rude canapa; niente acqua corrente e luce elettrica, niente sanitari, le stalle al piano terreno e il letamaio a pochi metri da casa. Grosso modo queste erano lo condizioni di chi aveva un lavoro continuo; ma se andiamo a leggere qualche pagina, ad esempio,  relativa al bracciantato dell’Agro romano [4], ci troviamo di fronte a condizioni di vita terribili, sia per l’igiene, sia per l’alimentazione, sia per le malattie endemiche: i versi di Raffaele Viviani, in esergo a questo testo, pur sotto la maschera dell’ironia e del grottesco, dipingono bene l’esistenza subumana di quelle genti. Stando così le cose si capisce che appena fu possibile tutti scapparono dalla campagna verso i centri urbani in cui c’erano diverse opportunità di trovare un lavoro e una dimora dignitosa. Il cambiamento non fu indolore, perché spesso, per conquistare alcune piccole comodità, fu necessario lottare a lungo; soprattutto fu drammatico abituarsi ai nuovi stili di vita, alla perdita delle antiche costumanze e delle antiche relazioni sociali.

L’idea di vivere al di fuori delle regole della comunità è antica: Diogene nel mondo classico e gli eremiti nell’alto Medioevo ce lo testimoniano; si trattava per lo più di atteggiamenti di singoli, mentre con il moltiplicarsi della popolazione e l’avvento della civiltà di massa anche le fughe verso la natura e il volersi sottrarre agli impegni sociali, in nome della libertà, sono diventati fenomeni di gruppi più o meno folti. Hippies e vari raggruppamenti di orientamento religioso (cristiani, buddisti, altri) si fecero promotori, nella seconda metà del secolo scorso, di una ribellione contro la modernità che si realizzò con il loro trasferimento in quei villaggi che i contadini avevano abbandonato perché per loro erano diventati invivibili.

Tra questi, gli Elfi del Gran Burrone, che nel nome riecheggiano personaggi e vicende dei romanzi di Tolkien e che andarono ad abitare in montagna, nelle frazioni di Sambuca Pistoiese. Recentemente ne ha parlato su Facebook Pietro Clemente in un necrologio dedicato alla scomparsa dell’animatore degli Elfi, Mario Cecchi. Clemente, che da antropologo non è intervenuto sul caso della coppia anglo-australiana, nel suo necrologio ha espresso, pur nella distaccata valutazione antropologica, un giudizio in qualche modo positivo su quell’esperienza: «… ho pensato che Mario poteva dire in chiusura di vita: “ho realizzato la mia missione”, “ho compiuto il mio destino”». Sarà un caso, ma la concomitanza della vicenda della famiglia nel bosco e del necrologio dedicato al capo degli Elfi fa pensare che il giudizio positivo di Clemente possa riferirsi implicitamente anche ai protagonisti della nuova rumorosa vicenda. Strano, comunque, che questo fatto clamoroso non abbia attirato l’attenzione degli antropologi: probabilmente non hanno voluto intromettersi in una discussione piuttosto complessa che, svolta su un social è certamente sterile, oltre che stupidamente rissosa. E, d’altra parte, i personaggi in questione sembrano poco idonei per suggerire uno spunto tanto affidabile da costruirci sopra ragionamenti seriamente scientifici.

Al testo di Clemente è seguito, sempre su Facebook, un post dell’antropologa Alessandra Broccolini in cui è riportato, dopo una breve presentazione, il brano iniziale di un lungo intervento di Antonio Fiscarelli, un ricercatore nel campo delle Scienze umane. Il quale svolge un dettagliato commento giuridico del decreto con cui il Tribunale dei minori motiva il perché i tre figli minori sono stati sottratti alla famiglia e affidati agli assistenti sociali. Secondo il Fiscarelli il provvedimento è intriso di “pedagogia antinaturalistica”. Può darsi che abbia ragione, ma mentre si dilunga cavillosamente sulle motivazioni, per lui assurde, della disposizione, non spende una sola parola per spiegarci cosa intenda per “pedagogia naturalistica”. Sullo stesso sito web [5], in collegamento con il contributo di Fiscarelli, c’è quello, anch’esso piuttosto prolisso, di Elisa Lello, docente di Sociologia presso l’Università di Urbino. Anche lei è contro il provvedimento dei giudici che, a suo parere, hanno privato arbitrariamente della funzione genitoriale la coppia e hanno contrastato la sua scelta di voler vivere al di fuori del vigente sistema sociale. Per avvalorare la sua contrarietà Lello utilizza argomentazioni di varia provenienza teorica ed ideologica: ci sono echi di Illich (sulla descolarizzazione), di Herzfeld (“Ma chi ha detto che lo Stato sia la migliore protezione per l’uomo?”), di antropologia anti-coloniale, di neo-ruralismo, di anti-modernismo alla new age,comportamenti anarcoidi come quelli dei no-vax; insomma un  groviglio di idee da cui è difficile ricavare un discorso lineare e condivisibile e che è stato, comunque, sintetizzato nel commento che ne fa il saggista Giorgio Dal Fiume e che qui in parte riporto: «… l’approccio di Elisa Lello … porta dritto dritto a quanto sostenuto dall’ex premier inglese Margareth Thatcher: “Non esiste la società, ma solo gli individui”. Il che legittima qualsiasi opposizione a qualsiasi limite posto alla “libera iniziativa individuale”, da quelli posti alla velocità delle auto, al porre regole per ridurre gli inquinamenti o le emissioni gassose. Il che secondo me è una disgrazia, perché nel tempo si traduce nella sopraffazione del più forte, o in un’anarchia incapace di porsi a tutela del “bene comune”, qualunque esso sia».  Aggiungo che simili argomentazioni sono svolte, a mio parere, da chi, non riuscendo a immaginare alternative valide alla devastazione dei vecchi valori delle comunità e delle relazioni tra le persone, preferisce fughe verso l’ignoto e verso una società immaginaria, idillicamente vaga e irrealizzabile. La cronaca infatti ci racconta che queste esperienze in genere non hanno una vita lunga, perché, dopo i primi anni di entusiasmo, questi gruppi sono costretti a venire a compromesso con il sistema vigente: così i loro figli frequentano le scuole del paese vicino, nel quale gli stessi loro genitori finiscono per andare a fare la spesa. All’inizio della vicenda gli abitanti ribelli di Sambuca erano circa duecento, ultimamente si sono ridotti a circa sessanta persone, quasi tutte un po’ attempate.

A questo punto, mi sembra più opportuno, invece di isolarsi in sperduti villaggi di montagna, cercare di usare strumenti di lotta più idonei a contrastare efficacemente e realmente i tentativi da parte del sistema di soggiogare i cittadini e di condizionare mediante autoritarismo e repressione la libertà dei singoli e quella della società in generale. Soprattutto, per evitare altri fallimenti e altre delusioni, questa lotta non può essere condotta solo da sparuti gruppi di persone.

Su Facebook c’è stata una valanga di interventi di natura politica, provocata, però, non dal fatto che la coppia volesse vivere in condizioni ambientali naïf, ma dall’intervento del Tribunale che è apparso come un atto autoritario con cui, per punire i genitori,  hanno separato da loro i tre figli, privando questi delle necessarie cure parentali e la coppia dell’autorità genitoriale e del loro diritto ad educare la prole. Una specie di delitto di laesa familiae. Anche coloro che in qualche modo criticavano la particolare scelta esistenziale, si mostravano sgomenti specialmente per la separazione dei figli dalla madre. Ovviamente il tono delle critiche e dei dissensi era caratterizzato da un odio e un rancore fuori del comune, soprattutto nei confronti dei giudici autori del provvedimento, accusati di aver impedito ai due genitori l’esercizio della loro libertà. Ovviamente, il concetto di libertà in possesso dei protestatari è quello assoluto, del tutto astratto, inesistente.

Se vivere da primitivi rendesse veramente felici, gli uomini non si sarebbero affaticati nei lunghi millenni della loro esistenza su questa Terra ad inventare e a costruire strumenti per alleviare il loro lavoro, non avrebbero cercato di darsi delle comodità come una casa senza spifferi, non avrebbero inventato la corrente elettrica, né la lavatrice e la lavastoviglie, né tanto meno le automobili, i treni e gli  aerei; non si sarebbero occupati di medicina e chirurgia, ma avrebbero continuato a vivere nelle grotte, accontentandosi di qualche piccolo falò per scaldarsi, delle pelli degli animali per coprirsi, di mangiare qualche bacca e qualche pezzo di carne per alimentarsi, almeno fino alla prima rivoluzione agraria. Con la quale le cose sarebbero cambiate ma di poco, e solo dal punto di vista nutrizionale.

Il moderno sistema politico e sociale in cui viviamo ci permette di agire con una certa libertà, quindi decidere di abitare in un bosco come succedeva molto tempo fa è legittimo; ma quelli che difendono questa scelta (di altri, comunque, non propria) con tanta passione e con tanto astio contro chi non è d’accordo con loro, dimenticano che i loro genitori, una settantina di anni fa, abbandonarono le campagne e cercarono rifugio nelle città, comprarono l’automobile e il frigorifero. Se l’hanno fatto, dovevano avere validi motivi.

La storia dell’umanità è lunga e molto variegata: per delinearla nel suo complesso occorrono discipline diverse, dall’archeologia alla paletnologia alla genetica, per quanto riguarda i tempi più remoti; e poi l’etnologia che ha studiato le culture dei tanti popoli culturalmente diversi da quelli dei Paesi in cui la scienza e la tecnologia hanno fatto passi da giganti; ed infine, l’antropologia che cerca di capire com’è fatto il mondo di oggi. Tutti questi studi, queste ricerche in genere hanno dimostrato che ogni popolazione, ogni società umana aspira a condizioni di vita comode, con l’assistenza medica a portata di mano, in un ambiente sano e privo di qualsiasi pericolo. Per questo preferiamo vivere in comunità e in solidarietà con gli altri ed invochiamo la scienza e la tecnologia perché ci aiutino a stare meglio. Rifiutare, pertanto, il tepore dei termosifoni in inverno, non usare o addirittura distruggere la vasca da bagno, non avere l’acqua corrente in casa e preferire quella del pozzo, certamente non potabile, mi sembrano tutte forme di anacronistico luddismo.

Tra l’altro, questo tipo di contestazione al sistema vigente avviene in un clima di forte ostilità nei confronti di tutte le ideologie, senza che ci si accorga che pensiamo ed agiamo secondo le norme e gli usi dell’ideologia del sistema politico e sociale dominante in cui viviamo; e specialmente non ci si rende conto che “il non avere ideologie” è esso stesso un’ideologia, e per giunta del tutto vuota di qualsiasi indicazione, tanto da far nascere la necessità di avere un qualche riferimento che aiuti ad evocare quell’Eden tanto desiderato: ed ecco i romanzi di Tolkien con gli Elfi e gli altri personaggi immaginari, ed ecco l’Atreiu di Ende, ma rivisitato in chiave fascista, ed ecco il maghetto Potter della Rowling. La fantasy al posto della filosofia: quanto più umane e verisimili le avventure di Pinocchio e di Alice!

La contraddizione è presente anche nell’idea che si ha della libertà; la convivenza in un insieme socio-politico di qualunque tipo presuppone, infatti, l’osservanza di regole che da qualcuno possono essere percepite come leggi imposte e coercitive, tanto da spingerlo ad uscire in qualche modo fuori dal sistema: se si dà all’eremitaggio o si trasforma in clochard può forse sfuggire a qualche fastidiosa limitazione, ma se va a fondare in luoghi remoti una comunità simile a quella degli Elfi, la convivenza avrà la necessità di inventarsi delle norme da osservare, cosicché ciascuno dei suoi membri sarà chiamato prima o poi al rispetto della libertà altrui con la perdita di parte della propria.

È stato merito di J.J. Rousseau averci spiegato che gli uomini, prima implicitamente e poi in maniera chiara e razionale, stipulano tra di loro un contratto sociale con cui rinunciano, come singoli, a una parte della loro libertà in cambio di una convivenza civile fatta di solidarietà, di rispetto reciproco, di rapporti democratici tra uguali cittadini.

Oggi possiamo dire di avere molte più libertà di una volta perché viviamo in un regime liberale e di permetterci comodità prima sconosciute; ci sono, tuttavia, nel nostro sistema alcuni aspetti che annullano le nostre facoltà di scelta. Abbiamo sperimentato qualche anno fa, in occasione della pandemia del Covid, alcune di queste norme costrittive: l’uso della mascherina, il divieto di assembramento, il distanziamento dei posti a sedere sui treni e nei locali pubblici; e, quando è stato possibile, l’invito pressante a vaccinarsi. E a questo punto, il mugugno contro il divieto di muoversi liberamente per evitare un possibile contagio, diventò urlo di ribellione contro lo Stato liberticida. L’invito a vaccinarsi fu sentito come un’imposizione autoritaria, come un annullamento della libertà di scelta. Chi urlava, probabilmente, non aveva capito il pericolo del contagio, perché la mancata vaccinazione di qualcuno poteva dar luogo a nuovi focolai; né era cosciente che lo Stato, eretto per tutelare i singoli cittadini nei momenti di crisi e di pericolo (terremoti, alluvioni, carestie, epidemie), ha l’obbligo di prendere i provvedimenti necessari, che, per la complessità delle situazioni e per i peculiari interessi di ogni singola persona, non risultano equi per tutti i cittadini e possono ledere gli interessi di qualcuno. È su un’alta percentuale di esiti positivi che si misura l’efficacia della tutela statale e non sulla loro universalità: in questo caso la tutela si trasformerebbe in un miracolo, la cui attuazione non rientra nelle competenze di uno Stato.

In questi casi è possibile verificare come la libertà sia un concetto basato sulla relazione tra le persone che vivono in un sistema come quello descritto da Rousseau nel suo Contratto sociale: non quindi la libertà “assoluta”, che non esiste. Non ha senso sottrarsi a certi vincoli sociali, a certe presunte restrizioni della libertà, andandosene a vivere nel bosco. L’idea di libertà sparisce nel momento in cui non ho costrizioni di sorta: se sono solo, parlare di libertà non ha senso; se si è almeno in due, posso dire di essere libero di fare certe cose, a patto  però, di non ledere la libertà dell’altro. La “libertà assoluta” è solo frutto della nostra immaginazione.

Nel caso della “famiglia nel bosco” ci sono tuttavia altri problemi complessi e più delicati di quelli richiesti dalla scelta di vivere in un ambiente quanto più vicino alla natura, meglio se non addomesticata. Alcuni di essi possono essere risolti con un po’ di buonsenso, perché la natura, in fondo, è sempre a portata di mano, basta andarla a trovare periodicamente e passare le vacanze in luoghi in cui c’è la possibilità di vivere a stretto contatto con essa. Volendo, si può anche andare a vivere in un bosco o in un villaggio di montagna abbandonato, lontano dalle comodità e dagli obblighi che sono richiesti dal vivere in società; ma ad una condizione: che si tratti di scelte operate da persone consapevoli di quello che fanno e che non obblighino a seguirle altre che non hanno ancora la capacità di decidere e scegliere per la loro giovane età.

E questo è il punctum dolens della vicenda: la famiglia che vive nel bosco è composta dai due genitori e da tre figli, una di nove anni e due gemelli di sei. Non solo dal punto di vista giuridico, ma soprattutto dal punto di vista cognitivo e di coscienza i tre bambini non sono in grado di capire le scelte di vita dei genitori, non possono ancora sapere cos’è e cosa non è la libertà. Bambine e bambini di quell’età si affidano ciecamente ai loro genitori, li seguono dove vanno, sono ignari dei pericoli cui si può andare incontro, sono felici in qualsiasi ambiente vivano. Devono, invece, essere i genitori, per esperienza diretta, a conoscere i problemi degli adolescenti e  a doverli risolvere, almeno col buon senso se non hanno altri strumenti pedagogici e psicologici. Nella nostra cultura moderna rientrano anche i risultati che pedagogia e psicologia dell’età evolutiva hanno raggiunto dopo due secoli di studi e di ricerche; tra questi esiti c’è il concetto che i minori hanno diritti peculiari, diversi da quelli degli adulti. Poiché i minori sono incapaci di avvalersi di questi diritti, sono i genitori che glieli devono garantire e se questi sono incapaci o impossibilitati a farlo, è lo Stato  che si assume la responsabilità prendendosi cura di soddisfarli. Purtroppo il confine tra la libertà dei genitori di allevare i figli secondo le loro propensioni e l’osservanza dei diritti riconosciuti ai minori è piuttosto sottile ed è delicato anche a livello di semplice discussione. Questo confine, tuttavia, non può essere stabilito da chi interviene in una confusa discussione su Facebook, né dai giornali che ci guadagnano se ne parlano creando scalpore, né tanto meno da chi della vicenda vorrebbe trarre un vantaggio politico. Per farlo occorrono persone competenti, formatesi su studi specialistici, e che lavorano nel settore dei servizi sociali. In Italia i servizi sociali sono attivi presso Comuni, ospedali, carceri, prefetture, enti sociali; non tutto il territorio nazionale è interamente protetto, ma c’è una buona diffusione. La loro azione si svolge autonomamente ma anche per chiamate da parte di chi ha bisogno o da parte delle autorità. La loro funzione consiste nell’assistenza di anziani, di malati terminali, di famiglie in difficoltà. Uno degli aspetti più importanti e delicato del loro lavoro consiste nella tutela dei minori in caso di maltrattamenti, di abusi, di violenze, o in caso di incuria da parte dei genitori o di abbandono. In questo caso gli assistenti sono chiamati a mettere in atto quanto dichiarato nell’art. 31 della Costituzione Italiana, che qui si riproduce:

«La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo».

In base a questo articolo i Governi italiani e il Parlamento hanno via via approntato una legislazione ad hoc fino a far propria, con la legge n.176 del 1991, la Convenzione di New York del 1989, la quale stabilisce che il minore ha diritto alla sicurezza, alla salute, all’istruzione, alla relazione con pari e adulti; ha inoltre diritto alla protezione da ogni forma di negligenza, di trascuratezza o rifiuto di cure; ha infine il diritto di essere ascoltato [6]. Seguendo questa legislazione si muovono i centri di assistenza sociale e le cinquemila case famiglia, ciascuna delle quali può ospitare fino a sei bambini. C’è da dire che non tutto funziona sempre bene, che non tutti gli assistenti hanno una formazione adeguata e soprattutto occorre sapere che il problema dei minori ha un impatto grosso sulla società italiana perché quelli di loro che hanno bisogno di assistenza ammontano a più di ventimila l’anno.

L’opera dei centri assistenziali non si risolve con un’azione lampo come credono gli utenti dei social; si tratta invece di interventi graduali protratti nel tempo. Nel caso in questione, si è saputo, tra la molta confusione che si è creata, che la famiglia è stata in contatto con i servizi sociali per un anno intero e che ha rifiutato i suggerimenti e le soluzioni offerti dagli operatori. D’altra parte le cose non potevano che seguire un percorso di correttezza per un caso così delicato; al contrario di ciò che viene fuori dalla volgare confusione di Facebook è stata rispettata la scelta della coppia di vivere nell’ambiente a loro gradito e al modo di condurre la loro esistenza; hanno cercato di tutelare la salute dei loro figli suggerito di mandarli a scuola per il loro diritto all’istruzione e di farli socializzare in un contesto adatto. Se alla fine hanno steso una relazione che ha motivato i giudici del Tribunale dei Minori ad affidare i bambini ad una casa famiglia, dando la possibilità alla madre di essere presente durante i pasti principali quotidiani, tutto ciò significa che lo Stato è intervenuto non contro i genitori ma a tutela dei minori, visto che vivevano in uno stato di grave incuria per  un malinteso senso del concetto di libertà genitoriale. I figli non sono dello Stato ma non sono neanche di quei genitori che non rispettano i diritti dei figli, perché il minore è un soggetto di diritto e non un bene famigliare e  questi suoi diritti non possono essere annullati da una scelta genitoriale, qualunque essa sia: lo Stato non “toglie” i bambini, interviene solo se i genitori non esercitano correttamente i loro doveri di tutela.

Nel numero 77 di «Dialoghi Mediterranei» (1 gennaio 2026) è stato pubblicato un articolo di Dario Inglese che, tra gli altri argomenti, affronta il caso della coppia anglo-australiana che vive nel bosco insieme con tre figli minorenni. Ne discute elencando tutti i punti più importanti su cui poggiano le vicende di una storia che «non è una storia qualsiasi»; la sua analisi, che condivido quasi totalmente, è antropologica ma ha una forte coloritura politica, assente spesso negli studi antropologici contemporanei. Secondo il giudizio di Inglese, il mio testo sarebbe frutto di un «posizionamento “integrato”», cioè a dire discendente da una visione vecchia del mondo ed incapace di analizzare correttamente e capire la complessità dei comportamenti culturali che si sono manifestati nel corso degli ultimi decenni. Non nego che la mia visione del mondo, nonostante vari ripensamenti, si rifà ancora a quella consolidatesi nel lungo periodo che va dall’Illuminismo ad un certo marxismo critico; d’altra parte negli ultimi trenta anni né la filosofia né l’antropologia hanno, a mio parere, conseguito teorie idonee a spiegare cosa è veramente successo in questo primo quarto del Duemila. Come dice Inglese in un altro paragrafo dello stesso articolo, forse ha ragione Fabio Dei che reputa necessaria un’etnografia che indaghi e scopra il perché di questo “anticonformismo” di massa che si presenta come una profonda indifferenza, quando non è rifiuto totale, nei confronti dei rapporti democratici e nei confronti della scienza (come i no-vax), senza tuttavia avere un’idea alternativa con cui sostituirli.

Così, in assenza di questi nuovi strumenti conoscitivi, sono costretto ad usare quelli che posseggo, non tanto per proporre soluzioni ai problemi che una semplice casa nel bosco ci propone, quanto per indicare le differenze tra chi ritiene che per vivere in libertà sia sufficiente rifarsi ai romanzi di Tolkien e chi, invece, cerca di usare al meglio le conquiste democratiche, giuridiche e scientifiche degli ultimi tre secoli.

In attesa di avere strumenti conoscitivi più adeguati ai tempi, forse è meglio percorrere altre strade, come quelle suggerite da Sabina Leoncini in un altro contributo apparso sempre nel numero già citato di «Dialoghi Mediterranei». Partendo sempre dal caso della famiglia del bosco e della loro home-schooling, Leoncini affronta i problemi sollevati dalle teorie della descolarizzazione di Illich,  tra i quali quello grave di un sistema che è incapace di includere forme non convenzionali, non solo quelle di natura pedagogica ma anche di organizzazioni alternative della vita familiare. La proposta di Leoncini è mediatrice tra le varie posizioni che si possono prendere davanti a casi complessi come quelli che si sono manifestati negli anni recenti. Lei ritiene, sempre in attesa di soluzioni migliori e diverse, che è necessario «costruire strumenti istituzionali più flessibili, trasparenti e inclusivi», di modo che «il dissenso venga letto … come occasione critica per ripensare le istituzioni stesse» [7]. 

Condivido questo suggerimento che, se applicato, metterebbe a tacere molte delle voci sguaiate che si sono levate per il caso della famiglia del bosco, sia quelle a favore sia anche quelle dei dissenzienti. Tutte le discussioni avvenute sui social hanno avuto il tono della rissa, delle chiacchiere che si fanno al bar o peggio all’osteria, dell’insulto gratuito. Resto, tuttavia, piuttosto perplesso e pessimista, perché il mondo che ci circonda sembra aver perso il tatto diplomatico, la prudenza nell’esprimere un giudizio, la difficoltà ad avviare e seguire un discorso logico, tutti difetti che si sono trasferiti dalla cultura di massa a quella delle classi dirigenti e di chi è stato scelto a governare i popoli. Molti di questi governanti, inoltre, manifestano di possedere qualità modeste di statisti, che cercano di dissimulare con atti di autoritarismo e qualche volta reprimendo le critiche al loro operato.

 

NOTE

[1] La cronaca giornalistica del novembre 2025 ha riportato la notizia che il Tribunale dei minori dell’Aquila ha sospeso la responsabilità genitoriale di una coppia angloaustraliana che, insieme a tre figli, una di nove anni e due gemelli di sei, viveva in un bosco in provincia di Chieti, in una casa priva di corrente elettrica, acqua corrente e riscaldamento. Le bambine non frequentavano la scuola.

[2] Si veda: M. Fresta, Elia. Ricordo di un capomaggio, in «LARES», LXIX, n. 2, Olschki, Firenze 2003.

[3] G. Pascoli, Il desinare, in Primi poemetti, a cura di N. Ebani, Fondazione Pietro Bembo, Guanda,  Parma 1997.

[4] Molte pagine sulle condizioni dei braccianti laziali sono state scritte da Angelo Celli (Come vive il campagnolo nell’Agro romano, Roma 1900), un medico che lottò a lungo contro la malaria e che fu sodale di Giovanni Cena, maestro e giornalista, che si occupò dell’educazione dei minori e degli adulti. Qualche notizia in merito si trova anche nel Diario di una donna, (Milano 1978) di Sibilla Aleramo che per sette anni fu compagna del Cena.

[5] Si rimanda a: htpp//www.comune.info/antonio-fiscarelli-ph-d-bb-157a69. All’intervento di Fiscarelli si aggiunge sullo stesso sito quello di Elisa Lello, cui seguono  molti commenti, compreso l’intervento di Dal Fiume. Ultima visita del sito: 23 dicembre 2025.

[6] Si veda a proposito il testo completo della Convenzione nel sito del Ministero dell’Interno:               https://www1.interno.gov.it/mininterno/site/it/sezioni/servizi/old_servizi/legislazione/minori/legislazione_111.html, (visitato il 29 dicembre 2025).

[7] S. Leoncini, “Descolarizzare la società”: dalle cronache delle famiglie nel bosco alle tesi di Ivan Illich, «D.M.», 1 gennaio 2026.